Roghak

Capitolo 14 - Ritorno al presente

Anche se lottiamo per dimenticarlo
è il passato a determinare ciò che siamo;
ma è nel presente invece
che stabiliamo ciò che saremo.

 

Capitolo 14 : Ritorno al presente

29.06.A905

 

Maledizione!

elge batté con rabbia i pugni sul tavolino del Cafè Rhapsody tornando alla realtà del presente. La rievocazione dei giorni che avevano segnato la sua condanna l’aveva turbato, montando in lui una nervosa esigenza di rivalsa.

Per di più l’aveva distolto dalla sua iniziale riflessione sugli avvenimenti recenti che, d’altra parte, poteva esser ricondotto a quattro mesi prima, alle colpe di cui si era macchiato a Veon, alle vite delle persone che non era riuscito a salvare o contro cui aveva rivolto il proprio potere, addirittura uccidendole. 

Per settimane aveva vissuto con l’ansia di esser stato identificato da qualcuno degli abitanti di Veon come un assassino ma, fortunatamente, questo non era avvenuto. 

Non ancora, per lo meno. 

In quell’occasione aveva agito avventatamente e prima o poi ne avrebbe di certo pagato le conseguenze. Non poteva fuggire la propria responsabilità o mettere a tacere la propria coscienza anche se, in un certo senso, già ora stava vivendo tutto ciò sulla propria pelle per via della condanna riservatagli dalla Luce. 

Ma quanto aveva fatto al pub e al chiosco qualche sera prima non aveva nulla a che vedere con l’energia luminosa.

Riguardavano lui, lui solamente.

Qualcosa stava cambiando dentro di sé, lo sentiva. 

E non gli piaceva affatto.

Capitolo 12 - Il passato che ritorna

L'incomprensione delle lacrime
la mano tesa e il silenzio.
Il mio cuore si fa specchio
di tutto ciò che non sono.

 

Capitolo 12 : Il passato che ritorna

29.06.A905

 

Al di là della porta, Tera aveva continuato a piangere, a urlare e a supplicarlo di aiutarla. Helge invece non si era mosso, rimanendo immobile dentro casa. Barricato. Schiacciato dalle proprie emozioni contrastanti.

Aveva atteso che tutto finisse, sperando che infine la donna desistesse lasciandolo in pace, solo con se stesso e la propria condanna. 

E così accadde solamente pochi minuti dopo. 

Helge la sentì gridare il proprio dolore un’ultima volta, maledire il suo nome, e poi prendere la via delle scale. Udì il rumore dei tacchi farsi via via più flebile e distante mentre Tera se ne andava ma, dentro di sé, lui sentiva ancora la sua voce e tutta l’afflizione che serbava dentro, dolore per il quale era venuta a cercare salvezza. Alle richieste della donna si aggiungevano inoltre i ricordi delle persone che nel corso degli ultimi mesi Helge aveva sistematicamente ignorato: tutte quelle persone che, nonostante l’avessero cercato con insistenza, non aveva potuto aiutare.

“Voluto” aiutare, dal loro punto di vista, il che aumentava la delusione che aveva provocato a ciascuno di essi.  

Helge aveva percepito il loro dolore, non ne era mai rimasto immune: come schegge acuminate i patimenti di tutti loro gli si erano impressi dentro. Il loro soffrire, per qualche strano motivo, di volta in volta diveniva anche suo. Al contempo gli doleva dentro nel sentire con quanta insistenza lo cercavano e chiedevano il suo aiuto, bisognosi di vedere materializzarsi quelle promesse di speranza che tanto agognavano.

Ma lui, ormai non poteva più aiutare nessuno. 

Da “quel” giorno il potere della Luce non era più un’entità su cui Helge aveva controllo, una forza alla quale attingere per aiutare gli altri, per lenire le loro sofferenze o per sconfiggere il male rappresentato dai servitori del Vuoto.

All’inizio, quando ancora riusciva a manifestare flebili segnali di energia luminosa, non ne era del tutto consapevole del processo in atto nel proprio corpo. Ma dopo aver fallito nell’aiutare chi gli si appellava, dopo aver deluso le loro aspettative polverizzando quella cieca fiducia che in lui riponevano, il guerriero decaduto aveva compreso che la magia più non gli apparteneva. 
Una consapevolezza che aveva faticato ad accettare, che lo feriva dentro. 

Provava un infinito sconforto e un’amarezza corrosiva. 

Capitolo 11 - Amara presa di coscienza

Rugiada dei nostri cuori disperati,
girasoli alla ricerca di falsi soli spenti
scendono 
calde lacrime di rimpianto.

 

Capitolo 11 : Amara presa di coscienza

29.06.A905

 

 

Nonostante fossero già trascorsi un paio di giorni dalla nottata al Nightwish pub, Helge era ancora sopraffatto dalla vergogna e dalla rabbia. Pensieroso, si sedette al tavolo del soggiorno, prese una caramella alla liquirizia dalla vaschetta di legno che si trovava a portata di mano, un tenero ricordo dell’esperienza di volontariato presso la comunità Arcobaleno. La decorazione dai toni a pastello che il contenitore riportava sui lati non gli dispiaceva affatto: semplice, ma piacevole nel tratteggiare un cielo limpido comodamente adagiato sopra a un mare di girasoli allegri, gli trasmetteva un senso di quiete serenità richiamandogli alla memoria immagini e ricordi di quelle settimane vissute assieme a Syrvild, a Elran e a bambini di cui si erano presi cura. Abbandonandosi al sapore della caramella che gli si scioglieva in bocca, Helge si appoggiò con i gomiti sul tavolo. 

Comunque si sentiva apatico, poco incline a fare qualunque cosa. 

Per di più era scomodo. 

Ruotando gli occhi verso il basso, scoprì la causa del dislivello che avvertiva tra le mani che gli sorreggevano il mento: era dovuta alla presenza di un quotidiano ripiegato su se stesso più e più volte. La pagina che poteva scorgere riportava la notizia dell’aggressione di cui lui era stato protagonista indiscusso. 

Gentile da parte di Roghak averlo lasciato proprio in questa posizione …

Sospirando, Helge lo prese e quindi gettò il giornale dall’altra parte del tavolo prima di riprendere pressappoco la medesima postura che aveva assunto in precedenza. Si portò le mani alle tempie e rimase a capo chino, massaggiandosi con piccoli movimenti concentrici che coadiuvavano la riflessione. La mascella, così come il resto del corpo, stava molto meglio rispetto al giorno precedente: il contatto con il palmo della mano, in una posa che sottolineava la propria perplessità di fronte all’amara presa di coscienza di ciò che aveva fatto, non gli procurò alcun fastidio. 

Tutt’altro discorso se invece erano i pensieri a sfiorare i ricordi di ciò che gli aveva procurato lividi e botte, braci innocue che ancora conservavano germogli di fiamma.

Il giovane era senza parole.

Non accettava quanto era accaduto: giudicava il proprio comportamento riprovevole, l’ennesima conferma di aver ormai toccato il fondo, per sempre lontano dal sentiero della Luce.

Capitolo 06 - Ricostruendo il puzzle

Nel caos dei nostri pensieri
nell'ordine della confusione emotiva:
è quella la strada, l'unica,
per una reale comprensione di noi.

 

Capitolo 6 : Ricostruendo il puzzle

27.06.A905

 

Il sonno di Helge fu tormentato da incubi e ombre.

Rivisse in rapida e caotica successione ricordi del suo più recente passato: le missioni affrontate seguendo il volere della Luce; le persone incontrate e aiutate; le creature delle tenebre e i demoni contro cui aveva combattuto. Quindi apparve il proprio mentore, Syrvild, i volti di coloro che non era stato in grado di aiutare e di quelli per i quali si era rifiutato di agire come un vero servitore delle forze del bene.

Nel sonno, provò nuovamente tutte le emozioni che la sua esperienza nella Luce gli aveva fatto conoscere, il dolore e il potere della magia luminosa, la sofferenza umana nascosta nel presente e nelle visioni che giungevano ad indicargli la via.

Lentamente tutto iniziò a svanire, cedendo il posto a una selva di tenebre. 

Poi giunsero le fiamme e sinistre presenze oscure: ovunque si ritrovava circondato da occhi gialli e famelici che lo osservavano crudeli. Spiriti affranti spuntavano all’improvviso cercando in lui aiuto e consolazione, tendendo verso di lui fragili arti disperati e speranzosi oppure attraversandolo con tutto il loro dolore, lasciandolo con un’intima sensazione di gelo e desolazione.

Tentò allora la fuga, abbandonando il proprio destino mentre, da remote distanze, giungevano risate e urla che riecheggiavano nell’aria. Il panico e l’ansia crescevano in lui. Disperato attraversò la selva di fiamme che avvampava in ogni dove. Urlò per il doloroso contatto con quel fuoco misterioso.

I suoi vestiti si infiammarono e si divincolò per strapparseli di dosso. Nuovamente, attorno a lui ogni cosa cambiò forma e colore, sfumando nell’oblio.

Cadde il silenzio e il Vuoto prese il sopravvento, dipingendo un mondo in cui tutto si muoveva al rallentatore, tristemente privo di elementi paesaggistici e di ogni colore. Il cielo sopra di lui divenne sempre più scuro fino a tingersi di un rosso cupo, sfumando poi nell’indaco e nel nero profondo del Vuoto.

Nel buio assoluto in cui si ritrovò percepì allora la presenza di un altro essere, ma non fece nemmeno in tempo a capire di chi o cosa si trattasse che già questi gli era addosso. I due si azzuffarono fino a quando, a fatica, Helge riuscì a liberarsi dalla presa del mostro. 

Capitolo 03 - Serata etilica

Talvolta è nel buio dei nostri errori
che la verità si manifesta con maggior intensità
una luce abbacinante che ci guida
sulla strada della nostra fragilità.

 

Capitolo 3 : Serata etilica

26.06.A905

 

La donna aveva le braccia in alto, i polsi bloccati da magiche catene di freddo metallo alla parete di uno dei palazzi del vicolo. Con una mano, l’uomo cercava di tapparle la bocca in modo che non urlasse attirando l’attenzione di eventuali passanti: la ragazza non l’avrebbe fatto comunque ma nella sua mente confusa, lui temeva che potesse accadere. Con la destra invece, dopo averlo guidato dentro di lei, le reggeva la gamba sinistra mentre la prendeva aumentando la foga e l’intensità delle spinte. Helge l’aveva conosciuta poco prima all’interno del Nightwish pub ma, ora, non ricordava nemmeno come si chiamasse: Ko… Kor… o qualcosa del genere. Era troppo ubriaco per ricordare alla perfezione simili particolari. La ragazza era entrata nel locale attirando gli sguardi di tutti: una presenza divina, lunghi capelli corvini, occhi ammalianti, corpo giovane e sodo dalle forme perfette e invitanti. Assolutamente consapevole della propria avvenenza aveva civettato con alcuni clienti per poi giungere al suo tavolo incuriosita, attratta. Qualche drink più tardi l’aveva convinto ad uscire, strusciandosi, mordendolo dolcemente sulla guancia e, una volta nel vicolo, si erano avvinghiati l’uno all’altra fino a che lui aveva assecondato totalmente il suo gioco.

Pensieri e concetti giungevano ad intermittenza, lampadine che si accendevano per poi tornare a spegnersi inesorabilmente nel buio della sua mente obnubilata dall’alcol. Non era lucido del tutto: se lo fosse stato si sarebbe posto maggiori riguardi e, soprattutto, quesiti: Come mai una ragazza così bella dovrebbe scegliere un posto talmente squallido per prenderlo? Perché non il bagno del locale oppure una stanza in un vicino motel?O magari a casa mia?

O sua?

L’alcol invece rendeva tutto più semplice e immediato. Mescolato ad una forte dose di sensualità ed erotismo, rappresentava una mistura esplosiva, in grado di annientare ogni forma di razionalità. L’uomo ormai era totalmente in balia degli eventi.

E di lei.

Lo sapeva.

Gli istinti ed il desiderio, soltanto quelli, lo guidavano in quel momento.