Capitolo 09 - La macelleria abbandonata

L'esistenza e la morte, 
ogni pensiero concepito
ogni gesto d'amore donato,
tracce di umano infiniti.

 

 

Capitolo 9 : La macelleria abbandonata

29.06.A905

 

  

 

 

Stando alla visione concessagli dai Due Spiriti e basandosi sulle indicazioni ottenute dalla ricerca operata da Silostar nei giorni precedenti al suo arrivo a Midlas, uno dei possibili nascondigli dei demoni che stavano inseguendo poteva essere la macelleria che faceva angolo sulla Terza strada. 

La saracinesca dell’esercizio era abbassata da tempo e sull’insegna le scritte si leggevano appena, inequivocabile indizio dello stato di abbandono in cui versava quel luogo e dell’interesse ad eliminare nomi e stemmi della precedente gestione prima che venissero per sempre associati all’idea del fallimento.

Dapprima Alchor si avvicinò all’edificio con naturalezza, bighellonando come se fosse capitato da quelle parti quasi per caso, un nottambulo come tanti altri nella notte di Midlas. 

Il quartiere non brillava certo per splendore: era abbastanza tranquillo seppur in decadimento a causa della recente riorganizzazione urbanistica voluta dall’amministrazione al governo negli ultimi anni. Grazie all’apertura di nuovi svincoli stradali, di tangenziali e di almeno tre grossi centri commerciali, Midlas aveva gradualmente mutuato il proprio assetto. Di conseguenza, quartieri che un tempo erano popolosi e brulicanti di attività avevano iniziato ad accusare una certa crisi, proprio a causa dei cambiamenti avvenuti. Il prezzo delle case era sceso, gli investimenti pure, così come il livello dei servizi erogati: tutte le risorse erano pian piano state dirottate verso le aree residenziali e i nuclei urbanistici sorti nella parte nuova della città. A causa di ciò, le vie che Alchor adesso stava percorrendo avevano assunto un’importanza secondaria, fino a divenire meta preferita per immigrati e disadattati. Probabili cause del trasloco da parte dei cittadini residenti, vittime di pregiudizi e di un certo qual razzismo che condizionava il loro modo di pensare. Diffidenza, bombardamento di pensieri preconfezionatoi da parte dei media e mancati sforzi di integrazione avevano poi fatto il resto. 

Al contempo, molte attività commerciali quali bar e negozi avevano visto diminuire i propri guadagni per via della concorrenza dei nuovi grossi centri e dei trend che si andavano affermando. 

La macelleria che Alchor era intenziona a controllare non faceva eccezione alcuna. A giudicare dalla serranda metallica abbassata ma non chiusa, il negozio non sembrava del tutto abbandonato come invece si voleva dare ad intendere. 

In base a quanto aveva intravisto nella visione che la Luce gli aveva concesso, su quel luogo aleggiava la presenza del Vuoto. Con la mente tornò a ciò che rammentava dell’esperienza onirica vissuta: brandelli del locale derelitto, immagini caotiche e frammentarie del quartiere che si andavano a sovrapporre a quelle di un auto parcheggiata a pochi passi dal marciapiede. Da questa scendevano due giovani amanti. Li aveva visti sussurrare tra loro, strusciarsi l’uno addosso all’altra, dirigersi barcollando verso la saracinesca e poi il buio e la luce del risveglio.

 

 

Alchor non sapeva se la visione si riferisse a un evento già accaduto o ancora a venire ma costituiva un indizio da cui partire. Per il momento, però, di auto non ne aveva visto nemmeno l’ombra.  

Qualche minuto dopo, una volta appurato che non ci fossero movimenti sospetti in quell’angolo di strada, piccoli criminali che potevano aver mal pensato di derubarlo, ricorrendo al propria potere spirituale Alchor creò una piccola farfalla di luce. L’insetto, costituito di pura energia, si librò leggiadro dalle mani grandi dell’uomo e si mosse in direzione della macelleria. Dapprima volò seguendo le pareti dell’edificio alla cui base si trovava il probabile covo dei demoni, poi si soffermò sulle serrature della porta sul retro, sulle piccole finestre oscurate e quindi sulla saracinesca. Nessuna reazione. Alchor, che grazie a quell’incantesimo poteva sondare con discrezione il territorio circostante, non registrò alcunché facesse supporre la presenza di minacce. 

Probabilmente non erano state piazzate trappole magiche: perché difendere ulteriormente un posto che si vuol far apparire anonimo e di poca rilevanza?

 

 

In fondo, l’assenza di trappole o precauzioni può essere interpretata come una tecnica di protezione.

Alchor quindi raggiunse la saracinesca e, cercando di fare quanta più attenzione possibile, la sollevò. Il rumore prodotto dalla carcassa metallica si propagò per qualche istante nel vuoto della Terza Strada: dannazione, uno sparo con un fucile a canne mozze sarebbe risultato più discreto, imprecò tra sé e sé. 

Ma fortunatamente nessuno sembrò interessarsi della cosa: nessun allarme, nessuna voce, o luce, neanche una finestra si aprì con discrezione per consentire ispezioni dall’alto agli abitanti dei palazzi circostanti.

Nulla.

Solo indifferenza. 

Forse, pensò il guerriero, azioni simili sono all’ordine del giorno, forse sono pratica comune nella quotidiana indifferenza che qui sembra essere di casa e non impicciarsi rappresenta il rimedio preventivo contro scocciature e ritorsioni.

Il servitore della Luce si rattristò a tale pensiero, ma non si lasciò distrarre. Rimase fermo sull’uscio, con i sensi all’erta: scrutò attorno a sè guardingo, cercando di capire se l’infrazione compiuta avesse mobilitato qualche sentinella, magari qualche persona soggiogata dal Vuoto. 

Un paio di uomini che bighellonavano dall’altra parte della strada lo degnarono di una stanca occhiata ma niente di più. Quel che lui stava facendo non era affar loro e, dopo una sosta lunga un sospiro, ripresero il loro notturno vagabondare continuando a fumare le paglie che avevano in bocca.   

Quindi, forzandola un poco per via dei cardini poco oliati, Alchor spinse la porta a vetri del negozio. All’interno il locale era piuttosto buio ma l’uomo preferì non accendere luci per non segnalare la propria presenza. Piuttosto si preoccupò di abbassare la saracinesca metallica dietro di sé e di richiudere la porta dalla quale era appena entrato. Successivamente impugnò l’elsa di una spada che teneva con sé, nella tasca interna del giubbotto: aveva la forma di un lungo cilindro di legno ricoperto con seta e tessuto nero intrecciati in modo da offrire una presa maneggevole ed ergonomica. La copertura era pressoché totale ma in alcuni punti l’intreccio creava figure geometriche decorate con tessuto e pietre levigate dal colore più chiaro. Un ampio cilindro metallico ne decorava infine l’estremità in cui avrebbe dovuto trovarsi la lama offrendo al contempo protezione per eventuali attacchi tesi a disarmarlo più che a ferirlo. Concentrandosi sull’oggetto, Alchor vi infuse il necessario potere magico e rapidamente da essa si sviluppò una lama di energia luminosa lunga circa un metro e trenta centrimetri. Una spada tradzizionale sarebbe stata un’arma ben più facile da gestire, un letale gingillo che non necessitava di alcun potere mistico per esistere nel mondo reale. Tuttavia, viaggiare con un simile giocattolo sotto al cappotto non era certo una saggia idea, soprattutto se si desiderava mantenere quel certo grado di anonimato che i servitori della Luce erano soliti ricercare. 

Oltre alla materializzazione dell’arma, Alchor si concentrò per attivare anche alcuni incantesimi di protezione, intervenendo sulla rifrazione delle onde luminose per celare la propria presenza ai sensi umani. Non sapendo cosa attendersi in un luogo come quello era meglio esser cauti e prudenti.

Lasciò che la propria farfalla di luce, che per tutto il tempo era rimasta a svolazzare attorno alle sue spalle, lo precedesse in esplorazione. Attese qualche minuto mentre l’insetto fatato perlustrava la stanza nella quale, a suo tempo, erano state esposte le merci suine e i clienti avevano atteso il proprio turno per essere serviti. Ora invece sembrava un luogo devastato da una contaminazione batteriologica, deserto e polveroso.

Grazie al cielo, prima di porre la parola fine all’esistenza della macelleria, i precedenti proprietari avevano avuto l’accortezza di dare una pulita e di non lasciare merce a decomporsi, ma comunque aleggiava nell’aria una leggera puzza di decomposizione e stantio: Alchor cercò di respirare solamente con il naso, sopportando stoicamente.

Il piccolo insetto magico continuava a svolazzare spostandosi ora dietro al bancone, ora nel bagno e nel piccolo corridoio che conduceva alle altre stanze dell’esercizio commerciale. Fino a quel momento il servitore della Luce non aveva rinvenuto tracce che lasciassero presumere la presenza di demoni o altri ospiti all’interno della macelleria. 

Sembrava completamente vuota. 

Decise quindi di arrischiarsi ad illuminare maggiormente i locali: generò altre farfalle di luce per rendersi più agevole l’esplorazione, senza segnalare eccessivamente la sua intrusione. 

Dalla presenza di alcuni materassi e stracci accatastati dietro al bancone dedusse che qualcuno doveva aver cercato riparo lì. Ma poteva trattarsi anche del giaciglio improvvisato di qualche clochard o il rifugio disperato per qualche tossicodipendente che si nascondeva dallo sguardo accusatore della società come un sudicio roditore o un disgustoso scarafaggio. Anime sole e condannate dalla loro fragilità, figlie del vizio e del benessere amorale ma di cui nessuno voleva il benché minimo ricordo. Disconoscendoli, la città negava loro contatto e perdono, condannandoli a un oblio di indifferenza e solitudine senza ritorno. 

Alchor non poteva escludere a prescindere che uno o più demoni avessero usato quel luogo al fine di tenere prigioniero il piccolo Fjollund, non dopo la visione che i Due Spiriti gli avevano concesso di avere: la Luce gli aveva parlato per un motivo ben preciso, Alchor ne era certo. E se a questo fatto sommava quanto riferitogli da Silostar, sospette emanazioni di potere tenebroso e poi la loro totale scomparsa, il guerriero non poteva che giungere alla conclusione che quel luogo potesse essere collegato alla missione che gli era stata affidata.

La puzza che aleggiava inoltre, oltre che per la muffa, l’aria viziata e la polvere accumulata, sembrava essere dovuta a residui organici. Forse sangue e carne in putrefazione. Ma nel frigo, spento ormai da diversi mesi, non vi era traccia di parti di animali macellati o decomposti. 

Proseguendo oltre, percorse il corridoio a cui si poteva accedere da un’apertura senza porta situata dietro alla cassa, a mala pena coperta da una sorta di tenda rattoppata di colore beige che pendeva dall’alto, ed esaminò il piccolo bagno accessibile dalla prima porta che trovò, sulla destra. Come poté verificare, l’acqua c’era ancora. 

La porta successiva, invece, era completamente chiusa.

La aprì con attenzione, forzandola con cautela.

Un tempo quella stanza veniva utilizzata per preparare la carne da esporre al pubblico, sanguigna e invitante. Fu qui che Alchor trovò la conferma che quel luogo era stato recentemente utilizzato dai demoni: sopra l’enorme tavolo metallico vi era il cadavere di una donna. Aveva gli occhi aperti, le gambe unite e le braccia distese lungo i fianchi, il ventre squartato. Non poteva fare niente per lei, nemmeno spostarne il corpo: avrebbe segnalato ai demoni che il loro covo era stato individuato e profanato. Per di più, attorno al cadavere della donna era stato tracciato un cerchio sulla cui circonferenza ardeva un fuoco violaceo, qualcosa di simile a quello che aveva riscontrato nell’appartamento ispezionato soltanto un paio di giorno prima. 

Sul pavimento aveva inoltre notato i segni di bruciature e piccole macchie di sangue rappreso. Esaminando la scena che si presentava ai suoi occhi, le fiamme violacee e la posizione del cadavere, Alchor ipotizzò che forse grazie a qualche sorta di rituale i demoni riuscivano a occultare il proprio covo e le emanazioni del proprio potere. Forse Silostar era capitato in un momento di transizione, quando il sigillo non era ancora completamente attivo: dopotutto, Alchor si trovava all’interno della macelleria già da qualche minuto ma non aveva percepito alcuna traccia di potere tenebroso.

Malgrado gli sforzi compiuti, ancora una volta la loro ricerca si era conclusa con un pugno di mosche: Fjollund non era tenuto prigioniero in quel luogo. 

Dopo aver perlustrato ancora un po’ le stanze della macelleria alla ricerca di indizi e tracce, senza successo, Alchor decise di abbandonare quel luogo. 

Non aveva trovato risposte concrete ma, forse, con un po’ di fortuna, queste sarebbero potute arrivare a lui.

Poche manciate di secondi dopo guadagnò l’uscita prestando attenzione nel chiudere la saracinesca alle sue spalle affinché nessuno sospettasse della propria intrusione. Si allontanò di svariate decine di metri, quindi attraversò la strada. Armeggiò con le chiavi che aveva estratto dalla tasca della lunga giacca di pelle scura ed aprì la portiera della propria berlina. 

Non ne aveva la certezza ma esisteva la possibilità che qualcuno dei demoni responsabili dell’uccisione della ragazza che aveva rinvenuto nella macelleria tornasse.

Se la mia intuizione è giusta, è possibile che di tanto in tanto sia necessario ravvivare quella sorta di sigillo, pensò. Doveva però ammettere che i demoni si erano rivelati ingegnosi e astuti assai: mantenendo attivi più incantesimi di quel tipo nella medesima città erano in grado di depistare i servitori della Luce costringendoli a un maggior dispendio di energie e di tempo. Al contempo, avevano la possibilità di tendere trappole e imboscate oltre che mantenere sicuri, o quasi, più nascondigli contemporaneamente.

Locazioni ideali per occultare ciò che avevano sottratto ai Due Spiriti.

Alchor attese per parecchi minuti da solo, nella propria auto. Per farsi compagnia accese un po’ il sintonizzatore tenendo però il volume molto basso, giusto un sottofondo per la sua veglia. 

Cambiò ripetutamente stazione radio fino a che trovò un brano di musica sinfonica. 

Trascorse quasi due ore di noiosa attesa, alla musica classica era subentrata qualcosa di più moderno e fracassone. 

 

Non dimenticare … per piacere

“nontiscordardime”

l’amore affidato è dolore per durare

pagina del capitolo finale

la speranza non può cambiare nessuna parola

sull’inchiostro già caduto

qui, la mia sepoltura germoglio

desidererà

il pianto della vita …

dolce oblio … ora torno

dolce oblio …

dove sono stato?   (1)

 

La pazienza dell’uomo stava per esaurirsi. 

In fondo, si ritrovò a pensare, le mie sono solamente supposizioni. Non è detto che qualcuno debba per forza giungere. E chissà ogni quanto, poi ….

Stava per avviare l’auto e desistere dai propri propositi, stanco e deluso per il protrarsi di quell’infruttuosa attesa che l’aveva privato del sonno, quando una vettura dalla linea dinamica ed aggressiva accostò nei pressi della macelleria. 

Osservandola, Alchor ebbe una familiare sensazione di dejà vu: aveva già assistito a quella scena nel corso della visione avuta pochi giorni prima. 

Dal lato del passeggero vide uscire un uomo sulla trentina e, constatando il modo in cui continuava a ridere e a ondeggiare, pareva avesse bevuto più che abbastanza.

Dal lato del guidatore scese invece un’avvenente ragazza dai capelli corvini. La minigonna che indossava e il top aderente erano un’arma di seduzione dalla quale non vi era scampo. Aggirando l’auto, anch’essa un po’ incerta nell’equilibrio, forse per via dei sandali dal tacco vertiginoso, raggiunse il proprio compagno e, afferrandolo per la maglietta lo trasse a sé promettendo baci passionali. Ma proprio all’ultimo si negò, quando lui si era proteso verso di lei ardente di desiderio, bramoso di contatto fisico. 

Quindi la ragazza si spostò verso la saracinesca della macelleria e, piegando solamente il busto, mise in mostra i glutei e le lunghe gambe affusolate al giovane che l’accompagnava. Molto probabilmente l’uomo, che senza dubbio aveva una visuale migliore di quella che poteva avere Alchor dalla propria autovettura, intravide anche altro considerando le minimali dimensioni della gonna che Korsheed indossava. 

Per un attimo, il servitore della Luce si ritrovò ad invidiare quel giovane.

Quando finalmente la saracinesca metallica fu sollevata completamente, lei aprì la porta a vetri della macelleria e gli tese una mano. Albert Tomwrick, che fino a quel momento era rimasto appoggiato alla vettura con un sorriso inebetito, sopraffatto dall’alcol e dall’eccitazione, scattò verso di lei già pregustando il piacere che avrebbe consumato in quel luogo sordido e abbandonato: è una gran gnocca. Peccato che le piacciano posti così … strani …

Alchor osservò la scena con attenzione: i due sparirono all’interno della macelleria come due amanti frementi. Ma non appena anche il ragazzo fu all’interno, la donna chiuse la saracinesca con violenza.

Nessuno li avrebbe disturbati. 

Nemmeno il servitore della Luce. 

Anche se con tutta probabilità quello non era il vero covo dei demoni, Alchor sapeva di aver trovato una di loro. Concentrandosi, ora riusciva a captare tracce del potere del Vuoto: provenivano da quella ragazza ma si interrompevano al limitare dell’edificio.

Se fosse riuscito a seguirla, a ottenere da lei informazioni, forse lo avrebbe guidato verso gli altri, verso Fjollund con tutta probabilità. 

La vita del giovane che aveva visto entrare con lei nella macelleria era chiaramente in pericolo ma, chinando gli occhi e pregando per la sua anima, Alchor lasciò che il destino di Albert si compisse. La possibilità di dimostrarsi saldo nello spirito, meno superficiale e succube dei piaceri della carne, era di sicuro stata offerta a quel giovane più volte nel corso della sua vita: occasioni fallimentari le cui conseguenza forse erano state troppo blande per indurre in lui un reale e concreto comportamento critico. Ma nel momento stesso in cui la strada del giovane aveva incrociato quella del demone dai capelli corvini, l’essere seducente che l’aveva chiamato a sé per una notte di passione all’interno di quella macelleria, accettandone le promesse, Albert aveva scelto il proprio destino. 

Ora l’avrebbe affrontato e, forse, con un po’ di fortuna, ne sarebbe uscito ancora vivo.

Soggiogato, ma ancora partecipe della storia del mondo.

Obbiettivamente, le probabilità erano minime, ma i vantaggi derivanti dal pedinamento del demone risultavano più alti e importanti ai fini della missione che era stato chiamato a compiere. 

Silostar di certo avrebbe concordato con lui.

Ugualmente il guerriero si percosse la gamba con un pugno, per scaricare la tensione e il senso di colpa che provava. Alchor nutriva sincera compassione per le sorti di quel ragazzo, umana e condivisibile pietà, ma ugualmente non si sarebbe mosso per lui: non gli rimaneva altro da fare che attendere l’evolversi degli eventi.

E pregare.

Per l’anima di quel giovane.

Per la propria.

Perché la Luce gli concedesse presto l’occasione di porre fine al male che i demoni del Vuoto contribuivano a portare nel mondo.

 

 

Note:

(1) Dalla canzone “Forget-Me-Not” dei Dark Lunacy

 

 

 

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