Capitolo 10 - Forza e verità

Scontri di forza e volontà,
evoluzione violata
dove cercheremo la fonte
se la Verità ci viene negata?

 

 

Capitolo 10 : Forza e verità

24.06.A905

 

  

Era quello che poteva definirsi il suo giorno libero, l’opportunità di disporre a piacimento del proprio tempo e dedicarsi alle attività che più gli interessavano, a prescindere dalla loro attinenza con la missione di diffusione del Vuoto che perseguiva. Così Chelor ne aveva approfittato per recarsi in palestra, ad allenarsi e a prendersi cura del proprio corpo, lontano dagli altri demoni con i quali stava collaborando, lontano dagli ordini del leader che imponeva turni di vigilanza e strategie, lontano da Fjollund e dalle dinamiche legate al risveglio della reliquia del Vuoto che stavano tramando da mesi ormai.

Possente e muscoloso, il demone si era piazzato dinnanzi all’ampio specchio che ricopriva una delle pareti dello stanzone che, al pian terreno dell’edificio, conteneva gran parte degli attrezzi per il potenziamento fisico. Con ritmo controllato e ben cadenzato alzava ora l’avambraccio destro ora quello sinistro, reggendo senza sforzo manubri equipaggiati con trenta chilogrammi di pesi ciascuno. Osservando il proprio riflesso allo specchio poteva verificare il lavoro eseguito dalla propria muscolatura per rispondere allo sforzo con cui veniva sollecitata e, al contempo, poteva scrutare le espressioni invidiose di quanti altri si allenavano con costanza in palestra e che agognavano un fisico poderoso come il suo. 

Ne osservava ora l’invidia, ora lo stupore, ora il senso di inferiorità che la sua sola presenza suscitava. Ma nel loro cuore vi era anche dell’altro: il culto dell’estetica, la ricerca della forza, il desdierio di primeggiare e dimostrarsi più potenti e capaci degli altri. Per dominare. Un obbiettivo encomiabile, secondo i parametri del Vuoto, e che il demone stesso aveva perseguito per lunghi anni della propria vita. E tuttora.

Anni interi dedicati all’allenamento, alla sperimentazione di sport e arti marziali, sino all’arruolamento presso l’esercito. Solo per soddisfare la propria brama, il proprio desiderio di supremazia e di sopraffazione. Era quasi diventata un’ossessione per lui, tanto che più volte era rimasto coinvolto in risse, spesso da lui stesso provocate. Ma ne era uscito sempre vittorioso dopo aver mandato al tappeto persone altrettanto forti e preparate, ma evidentemente inferiori a lui. 

Tutto però si era interrotto a causa di alcune denunce per violenza carnale che avevano fatto prendere alla sua vita una direzione inattesa. Era colpevole, lo sapeva, ma non si sentiva tale: aveva semplicemente fatto suo ciò che la sua forza gli consentiva di prendere seguendo una legge naturale che procedeva da millenni e che nessuno poteva confutare.

Ma infine la condanna era giunta, una punizione che ai suoi occhi appariva ingiusta, figlia di un sistema vigliacco.

Cinque anni: per alcuni possono sembrare un lasso di tempo insignificante, per altri un’eternità incolmabile, soprattutto quando vengono trascorsi in prigione. Erano stati un periodo buio e deprimente della sua esistenza che l’avevano segnato, dentro. Non era ancora un demone allora, era solamente Garlus Belinon, un uomo come tanti.  

Sconfitto e chiuso in sé aveva ceduto alla frustrazione, al disprezzo e all’odio verso il prossimo. La sua convinzione che solo la forza rappresentasse il mezzo per realizzarsi e imporsi venne ulteriormente rafforzata divenendo una sorta di credo, per lui. L’unica certezza in un mondo ipocrita e falso che sovvertiva l’ordine naturale delle cose, negando il primato della supremazia fisica su tutto il resto.

Non aveva mai smesso di allenarsi e, successivamente alla riconquista della libertà, aveva cercato occupazione in ambiti nei quali la sua possanza fisica potesse essere costantemente stimolata. Avvertiva dentro di sé un forte impulso allo scontro, per dar sfogo alla propria energica irruenza, per liberarsi dall’inquietudine che gli era propria. Per dimostrare la propira ragione.

Aveva tentato come buttafuori, ma era durata poco. Gli era andata meglio con la carriera sportiva, come lottatore professionista, ma per lo più gli scontri a cui prendeva parte erano solamente coreografie e scambi di tecniche pianificate secondo un copione. Gli consentivano di vivere ma non lo appagavano affatto. Per questo aveva iniziato a frequentare bische criminali dove si tenevano i incontri clandestini: ed era qui che lasciava emergere la propria insoddisfazione frustrata, lasciando sfogare il suo istinto, professando la religione della violenza. Tutto gli era permesso e, forte del suo fisico possente e ben allenato, ben presto era divenuto un’icona per quanti frequentavano quell’ambiente.

Dopo aver riposto i manubri, Chelor si era diretto al bilanciere. La postazione era già occupata ma il ragazzo che si stava allenando, avvertendo la formidabile presenza del demone, senza che fra i due si instaurasse alcune comunicazione verbale, preferì sospendre il proprio allenamento e riprovare più tardi. Dopo aver riposto il bilanciere, alle cui estremità erano montati pesi per un totale di trenta chilogrammi, si alzò quindi per dirigersi verso i tapis roulant concedendo a Chelor tutto lo spazio di cui aveva bisogno per i propri esercizi. Quest’ultimo aggiunse altri settanta chilogrammi all’asta in acciaio, si adagiò sulla piccola panca e si preparò allo sforzo impugnando l’asta con entrambe le mani. Attese un istante per concentrarsi e, con uno sforzo progressivo, alzò i pesi portandoli all’altezza del proprio torace. Quindi li abbassò gradualmente fino a toccarsi il petto con l’asta metallica per poi iniziare la prima serie di sollevamenti, sincronizzando il respiro con il movimento delle braccia.

Nel frattempo, alla stazione radio sulla quale era sintonizzato lo stereo della palestra, la musica cedette il poso alle notizie sportive del telegiornale, una delle quali legata alla conclusione di un’importante evento di atletica tenutosi nella città Montred. Tra gli ospiti d’onore per la cerimonia di premiazione degli atleti, il cronista annunciò la presenza di alcuni nomi illustri del cinema e dell’industria; tra questi, fu quello di Jent Langrak l’unico a catturare l’attenzione del demone, il quale si limitò a sorridere fra sé e sé. Che il presidente della Global Tenge fosse un uomo sportivo era risaputo, così come la sua passione per il combattimento e le arti marziali in generale. Chelor lo sapeva bene, anche fin troppo. Non erano molti, infatti, quelli che potevano sostenere di averci combattuto contro o anche solo di averlo visto in azione. 

Ma il demone era uno di questi.

Ricordava ancora quella sera di alcuni anni prima quando, in un baraccone abbandonato della perfieria della città all’interno del quale venivano organizzati incontri clandestini, se l’era trovato dinnanzi. Non l’aveva riconosciuto, semplicemente si era limitato ad osservarlo e a riconoscere in lui un pericoloso avversario. Il suo portamento, il modo in cui teneva la guardia, la tonicità del fisico avevano un che di sublime. Solo in seguito aveva scoperto che Jent Langrak amava, di tanto in tanto, partecipare sotto falso nome alle gare clandestine che la criminalità organizzata tendeva. Nell’ambiente si mormorava addirittura che lui stesso fosse uno dei sostenitori di tali competizioni, ma questo fatto non era mai stato provato in modo ufficiale e, di certo, il presidente della Global Tenge aveva molte risorse a cui attingere per allontanare da sé voci e sospetti. 

Mentre procedeva con gli esercizi di sollevamento pesi, Chelor ripensò a quella sera, a come fossero stati sufficienti un paio di attacchi a fargli comprendere il divario di livello che li separava. La rapidità e la sicurezza con cui Jent era riuscito ad evitare i suoi colpi erano state sconcertanti. Ma erano stati la sua calma e la regolarità del respiro che più di tutti lo avevano fatto innervosire. Anche i colpi successivi erano finiti a vuoto: calci bassi, diretti al volto, spazzate, il suo avversario pareva schivare tutto. Poi, dopo una prima fase di studio, era giunta la controffensiva, attacchi precisi e poderosi che gli tolsero il fiato, gli indebolirono il ginocchio e, infine, con un calcio circolare lo mandarono al tappeto. 

Allora gli ci vollero quasi tre mesi per rimettersi in sesto e allenarsi al punto di sentirsi pronto per un nuovo combattimento, mesi che aveva vissuto con trepidazione febbrile, ossessionato dall’idea di dover sconfiggere quell’atleta eccezionale che l’aveva umiliato con tanta facilità. Eccitato dall’idea di riuscire a superare quella sua forza schiacciante.

E quando era venuto a sapere che quell’atleta altri non era che il presidente di una delle più influenti multinazionali, la sua ossessione raggiunse livelli incontenibili, sfociando quasi nel delirio. Chelor ricordava ancora con una certa vena di nostalgia quel tumulto interiore che, per giorni, l’aveva tormentato. Ora invece una situazione analoga gli sarebbe di certo scivolata addosso con maggior freddezza, quasi senza provocargli moti emozionali.

Ma allora era tutto diverso, era ancora completamente umano, presuntuoso, ossessionato da quella sfida tanto agognata. E debole. Solo che non si era ancora reso conto del divario che esiste tra la potenza di un misero mortale e la forza concessa dal Vuoto ai suoi servitori.

Così, alla fine, era riuscito a intercettare un membro della scorta del ricco magnate e, sotto minaccia, a fargli recapitare un messaggio. Sapeva di rischiare grosso ma, se aveva intuito anche solo in parte l’indole di Langrak, sperava di far leva sulla curiosità e sull’interesse per la lotta che quest’ultimo nutriva. 

E così avvenne: impressionato dall’arroganza di Garlus, che non aveva esitato a fratturare un braccio al dipendente della Global Tenge pur di dimostrare la propria determinazione, Jent aveva accettato la sua sfida.

Chelor aveva ormai terminato la seconda serie di sollevamenti ma prima di iniziare la terza, insoddisfatto dallo sforzo sostenuto e incalzato dall’impeto che i propri ricordi gli rammentavano, decise di aggiungere altri cinquanta chilogrammi di pesi. Quindi si sistemò sulla postazione, digrignò i denti e riprese l’allenamento lasciando che nuovamente la mente viaggiasse sino a quel giorno, ormai lontano, in cui aveva conosciuto il Vuoto. Ritmicamente le sue braccia immense e muscolose si protendevano e ritraevano, allontanando e avvicinando i pesi al suo corpo, seguite a distanza dallo sguardo ammirato degli altri frequentatori della palestra.

- Hai visto che roba?

- Li avessi io quei pettorali, e qui bicipiti…

- Io sarei già rimasto schiacciato sotto a quei pesi. Ma come cazzo fa?

- E’ un mostro!

All’udire il sommesso brusio dei suoi spettatori, il demone accennò ad un sorriso soddisfatto: più lo osservavano e lo ammiravano più finivano con l’accettare che solo la forza esteriore rappresenta l’unica incrollabile verità. La più autentica e assoluta. 

E il Vuoto, che costituiva l’origine e l’espressione massima di tale potere, era quindi l’unica via da perseguire: un concetto su cui era stato lo stesso Jent Langrak ad aprirgli gli occhi, rivelandoglielo per la prima volta alcuni anni fa. 

Quando ancora Chelor non credeva e non aveva accolto le tenebre dentro di sé, confidando unicamente nella forza umana.

Ma si sbagliava: l’aveva scoperto solamente in seguito al loro secondo combattimento. In base a quanto esplicitamente richiesto da Garlus, infatti, i due contendenti si erano incontrati nel medesimo luogo del loro precedente incontro. 

Il presidente della Global Tenge giunse puntuale a bordo di un’auto scura di grossa cilindrata; protetto dalla propria scorta, si era diretto verso il capannone utilizzato per le lotte clandestine senza temere alcun pericolo, certo delle intenzioni del suo sfidante.

Ma ugualmente aveva preferito dimostrarsi cauto. All’interno del capannone, come si era aspettato, lo attendeva solamente Garlus, una constatazione che Jent Langrak registrò con una punta di orgoglio. Dopo aver dato ordine alla propria scorta di non intervenire, era salito sul ring.

Si era tolto giacca e camicia, rimanendo a torso nudo, quindi ne aveva approfittato per un breve ma efficace riscaldamento. 

Infine, con somma soddisfazione di Garlus, lo scontro ebbe inizio. 

Rispetto al loro precedente incontro il ragazzo appariva decisamente più motivato e preparato ma, purtroppo per lui, l’esito fu pressoché il medesimo. Si era battuto bene, Chelor lo ricordava con un pizzico di nostalgia, riuscendo a colpire l’avversario in almeno un paio di occasioni, ma ugualmente si era ritrovato al tappeto, schiacciato dalla forza di Welylak, il demone che celava la propria identità presentandosi al mondo come Jent Langrak. Si era rialzato e, caparbiamente, aveva riprovato più volte a tentare di ribaltare l’esito dello scontro, ma la sua sola forza era niente in confronto a quella del demone che aveva di fronte.

Chelor rivisse in successione i ricordi relativi a quel giorno. Le parate, le schivate, le torsioni del busto, i ganci e le ginocchiate. I movimenti del suo avversario erano perfetti, eleganti e realizzati con precisione marziale affinata in secoli di esercizio e scontri. Solo al termine dell’incontro aveva appreso la verità sul conto di Jent, una rivelazione che l’aveva colto impreparato, turbandolo. All’inizio aveva pensato che il vecchio si stesse semplicemente prendendo gioco di lui, scherzando con concetti legati a forze occulte e invisibili.

- Abbraccia il Vuoto, Garlus, e io ti renderò ancora più forte. 

Erano state queste le parole con cui il demone l’aveva salutato prima di andarsene, quasi una languida promessa, che gli aveva insidiato il cuore e l’anima.

Infine, aveva accettato il verbo e solo pochi giorni dopo era tornato a cercare Welylak il quale, come un padre benevolo che accoglie un figlio disperso, l’aveva reso un adepto del Vuoto.

E ora, mentre reggeva con entrambe le mani il bilanciere sopra di sé, Chelor non poteva che essere felice della decisione presa allora. Possedeva adesso un corpo perfetto e immortale, ma soprattutto una forza superiore a quella che mai avrebbe potuto maturare altrimenti. 

 

 

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