Capitolo 11 - Amara presa di coscienza

Rugiada dei nostri cuori disperati,
girasoli alla ricerca di falsi soli spenti
scendono 
calde lacrime di rimpianto.

 

Capitolo 11 : Amara presa di coscienza

29.06.A905

 

 

Nonostante fossero già trascorsi un paio di giorni dalla nottata al Nightwish pub, Helge era ancora sopraffatto dalla vergogna e dalla rabbia. Pensieroso, si sedette al tavolo del soggiorno, prese una caramella alla liquirizia dalla vaschetta di legno che si trovava a portata di mano, un tenero ricordo dell’esperienza di volontariato presso la comunità Arcobaleno. La decorazione dai toni a pastello che il contenitore riportava sui lati non gli dispiaceva affatto: semplice, ma piacevole nel tratteggiare un cielo limpido comodamente adagiato sopra a un mare di girasoli allegri, gli trasmetteva un senso di quiete serenità richiamandogli alla memoria immagini e ricordi di quelle settimane vissute assieme a Syrvild, a Elran e a bambini di cui si erano presi cura. Abbandonandosi al sapore della caramella che gli si scioglieva in bocca, Helge si appoggiò con i gomiti sul tavolo. 

Comunque si sentiva apatico, poco incline a fare qualunque cosa. 

Per di più era scomodo. 

Ruotando gli occhi verso il basso, scoprì la causa del dislivello che avvertiva tra le mani che gli sorreggevano il mento: era dovuta alla presenza di un quotidiano ripiegato su se stesso più e più volte. La pagina che poteva scorgere riportava la notizia dell’aggressione di cui lui era stato protagonista indiscusso. 

Gentile da parte di Roghak averlo lasciato proprio in questa posizione …

Sospirando, Helge lo prese e quindi gettò il giornale dall’altra parte del tavolo prima di riprendere pressappoco la medesima postura che aveva assunto in precedenza. Si portò le mani alle tempie e rimase a capo chino, massaggiandosi con piccoli movimenti concentrici che coadiuvavano la riflessione. La mascella, così come il resto del corpo, stava molto meglio rispetto al giorno precedente: il contatto con il palmo della mano, in una posa che sottolineava la propria perplessità di fronte all’amara presa di coscienza di ciò che aveva fatto, non gli procurò alcun fastidio. 

Tutt’altro discorso se invece erano i pensieri a sfiorare i ricordi di ciò che gli aveva procurato lividi e botte, braci innocue che ancora conservavano germogli di fiamma.

Il giovane era senza parole.

Non accettava quanto era accaduto: giudicava il proprio comportamento riprovevole, l’ennesima conferma di aver ormai toccato il fondo, per sempre lontano dal sentiero della Luce.

Era seriamente preoccupato per le conseguenze delle proprie azioni e dispiaciuto per il male che aveva contribuito a creare.

Fino ad allora mai aveva tenuto atteggiamenti simili. Si sentiva perduto, disperato, profondamente in crisi con tutto ma non fino al punto di nuocere agli altri. 

Negli ultimi tempi aveva imparato ad essere più egoista, certo, inevitabili effetti collaterali della convivenza con Roghak, ma mai dopo l’esperienza di Veon aveva compiuto azioni del genere. Mai. Malgrado avesse rinnegato il proprio ruolo, malgrado la ferocia con la quale aveva bestemmiato la Luce dopo aver compreso di esser stato abbandonato, privato della guida dei Due Spiriti, vittima per di più di lancinanti dolori, Helge aveva sempre evitato di perdere il controllo.

E ora, per una volta, una soltanto! Per una volta che mi lascio andare rischio di diventare un criminale!

Si maledisse e imprecò sommessamente.

Magnifico! Davvero magnifico! Complimenti Helge! Continua così e diventerai l’allievo numero uno del corso per giovani aspiranti demoni tenuto dal professor Roghak!

Con il palmo si percosse la fronte: stupido! Non è questo ciò che vuoi essere, ricordatelo brutto pezzo di idiota! Non è così che deve andare: devi servirti di lui, non divenire un mostro come lui. Cielo! 

Sconsolato e depresso, Helge continuò con le proprie elucubrazioni, a immaginare le conseguenze delle proprie azioni.

La ragazza che ho quasi violentato, probabilmente perderà fiducia in se stessa, inizierà ad allontanare le persone e a temere gli altri. Magari inizierà a cercare nell’alcol o nella droga dei surrogati per difendersi dalle brutture del mondo. Oppure finirà in terapia, si chiuderà in se stessa, rifiuterà la vita! Dannazione! E che dire di quegli uomini che ho picchiato? Cazzo!

Continuò così per qualche minuto, dipingendosi pessimistici scenari per tutte quelle persone. 

In fin dei conti, non era affatto semplice prevedere che conseguenze avrebbero effettivamente potuto avere le sue azioni, che impatto avrebbero avuto le sue imprese di ubriaco sulla vita di quelle persone.

- Porca puttana! 

Urlò arrabbiato, alzandosi di scatto dal tavolino bianco della cucina, con i pensieri che tornavano ossessivamente alla discussione che aveva avuto con Roghak giusto il giorno prima.

 

 

- …e si può sapere perché non mi hai fermato allora?

- Non è nella mia natura agire per contrastare manifestazioni di violenza così spontanee e genuine. 

Aveva affermato con tranquilla compostezza il demone, con una velata aria di sfida.

Ovvio!, pensò Helge. L’affermazione non aveva certamente diminuito il turbamento che gli ribolliva dentro.

- Avresti dovuto sentire come si lamentavano quei poveretti.

Helge lo guardò furente stanco di sentirsi raggirato da un essere ipocrita e meschino come Roghak.

- Chiedevano pietà, cercavano di scappare … chi lo sa se cammineranno ancora con le loro gambe.

- Che cazzo stai dicendo adesso?

- Semplicemente che ci sei andato giù pesante: li hai scambiati per demoni, suppongo.

Durante la propria missione al servizio della Luce Helge aveva fronteggiato anche pericolosi nemici, tanto più che nel corso del suo addestramento sotto la guida di Syrvild si era preparato a questo genere di scontri: allenamento dopo allenamento, battaglia su battaglia, inevitabilmente il suo corpo si era abituato a colpire mostri dalla pelle coriacea, ricoperta di squame e aculei, abominevoli manifestazioni di orrore contro le quali non era concessa alcuna pietà.

Quanto gli aveva accennato Roghak aveva  finito con l’insinuargli nel cuore l’atroce sospetto di aver combattuto, anzi, di aver massacrato quei poveretti scambiandoli per adepti del Vuoto, lasciandoli, di conseguenza, in condizioni gravi se non addirittura disperate. Non aveva avuto dalla sua il potenziamento della magia né l’ausilio di armi o talismani, ma se davvero li aveva scambiati per demoni non doveva esserci andato tanto leggero. 

In un combattimento contro i servitori del Vuoto, la pietà espone solamente alla sconfitta, se non a peggio. 

- Chissà, - aveva continuato l’altro, incalzante nel suo ruolo di subdolo insinuatore di dubbi e sospetti -  magari qualcuno di loro nemmeno ce l’ha fatta a superare la notte. Ma soprattutto mi angoscia immaginare  come si comporteranno in futuro: magari picchieranno i loro figli o si accaniranno contro tutti gli stranieri che …

Helge l’aveva interrotto, afferrandolo per la camicia rossa che quel giorno indossava; l’aveva fissato profondamente innervosito e incazzato, quasi furente per le parole che il demone aveva utilizzato, frecciatine efficaci nel mantenere alta la tensione tra i due.

Quello che ho fatto è riprovevole, certo, ma tu sei l’ultimo essere al mondo che può permettersi di aggiungere accuse su insinuazioni solo per ingigantire il peso delle mie azioni, lo pensò ma tenne per sé ueste parole rabbiose.

Roghak era un demone e di certo nel corso della propria esistenza aveva fatto anche di peggio. Furti, violenze, famiglie sterminate, uomini e donne uccisi anche senza motivo apparente: per un essere immondo come lui, le colpe di Helge erano semplici bazzecole, bravate o poco più. Nulla a che vedere con i piani concepiti e orditi dai servitori delle tenebre al solo fine di traviare anime importanti, persone che un giorno avrebbero potuto contribuire alla causa luminosa o alla crescita della civiltà umana ma che nel presente potevano ancora essere corrotte, deviate in tempo per divenire emblematici esempi di negazione e di vuoto. 

Per questo Helge non riusciva più a tollerare le insinuazioni e i finti paternalismi di Roghak. 

Aveva sbagliato, e lo sapeva, ma in qualche modo avrebbe trovato il modo di rimediare. Avrebbe scelto di agire, non di rimanere immobile a osservare come invece aveva ben dimostrato di saper fare il demone.

 

 

- Ancora a crucciarti con quella storia? Eddai, non pensarci troppo. In fondo, hai appena iniziato a percorrere il sentiero del Vuoto!

La voce di Roghak, così improvvisa e sorniona, strappò Helge ai propri pensieri, riportandolo di colpo al presente. 

Al contempo gli fece montare dentro qualcosa di molto simile all’ira.

- Stammi bene a sentire ora!

Sbottò mentre Roghak appariva del tutto tranquillo consapevole della propria forza e del fatto che lui ancora poteva ricorrere all’ausilio della magia. 

Helge avrebbe voluto mettere le cose in chiaro, dirgliene quattro sul suo modo di comportarsi e atteggiarsi. Ma proprio in quel momento qualcuno suonò alla porta.

I due rimasero immobili a fissarsi per un lungo istante: gli occhi anonimi di Roghak non lasciavano trapelare alcun pensiero, nessuna emozione. 

Helge aveva il sospetto che il demone non gli avesse raccontato tutta la verità su quanto accaduto. Anzi, era certo che godesse pure nel vederlo ridotto così, sopraffatto dalla vergogna e dalla rabbia. Sensazioni acuite dalla parziale conoscenza che il ragazzo possedeva degli eventi occorsi.

Magari questo stronzo si sta anche divertendo alle mie spalle. Dopotutto è un demone: non ci si può fidare di un seguace del Vuoto. Perché mai dovrei credergli ciecamente? Loro agiscono solo per egoismo e per calcolo. Perché dovrebbe dimostrarsi sincero con me. Può anche darsi che io non abbia fatto nulla di tutto quello che mi ha riferito …

- Forse dovresti andare ad aprire. 

Suggerì allora il demone, riportando Helge alla realtà. 

Dal canto suo il giovane, seppure insoddisfatto, lasciò la presa e si diresse alla porta dell’appartamento.

Ma prima che potesse anche solo sbirciare attraverso lo spioncino, quasi leggendogli nel pensiero, Roghak puntualizzò una delle spinose questioni che più stavano a cuore all’altro. 

- Sappi che non ti ho mentito, Helge, se mai di questo hai dubitato. Non avrebbe senso ingannarti quando è la verità l’arma che più di tutte riesce a ferire l’animo umano. 

Quell’affermazione colse il guerriero decaduto in contropiede, lasciandolo interdetto a osservare il proprio coinquilino. 

Comunque fosse la discussione non era finita: l’avrebbero ripreso subito dopo. 

Poco ma sicuro; lo sguardo di Helge non prestava il fianco ad alcun fraintendimento e lasciava intendere fin troppo eloquentemente le sue intenzioni. 

Adesso però, di fronte alla porta, sperava solo che non ci fossero agenti di polizia o qualcuna delle persone che aveva maltrattato la notte precedente.

L’ansia iniziò a crescergli dentro mentre sbirciava tramite la piccola lente tondeggiante collocata in alto e al centro del portone: si intravedeva una figura femminile, una giovane donna dai capelli scuri e dal volto triste, rigato dalle lacrime. Si chiamava Tera Blond e aveva circa la sua stessa età, un marito fuggito chissà dove e un bimbo di appena cinque anni, così piccolo, così innocente, così dannatamente segnato dalla distrofia. 

Helge trasalì.

Cazzo! 

Possibile che sia la ragazza di cui mi ha raccontato Roghak? 

Quella che ho …

La osservò di nuovo, con maggior attenzione, cercando di mettere da parte l’inquietudine che provava.

Tera, nonostante l’aria mesta, l’assenza di trucco e una lunga veste semplice ma non certamente alla moda, aveva un viso dolce eppure segnato dalla sofferenza. Stava piangendo ancora, asciugandosi delicatamente gli occhi con un fazzolettino di carta, attendendo che qualcuno le aprisse.

Il guerriero della Luce provò compassione per lei e ogni pensiero di rancore si dileguò dal suo cuore lasciando spazio all’amarezza e alla tristezza che percepiva. Capitava sempre così, anche quando adempiva attivamente alla propria missione di servitore del bene: stando a contatto con i bisognosi, la forte empatia che possedeva, lo portava ad immedesimarsi e a farsi coinvolgere fino a vivere sulla propria pelle emozioni altrui.

In virtù di qualche misteriosa alchimia esistenziale, si formava così un contatto tra lui e loro, tra chi abbisognava un segno oppure un miracolo e colui che poteva dispensare salvezza e conforto.

E così avvenne anche in quell’occasione: venne investito dallo sconforto che Tera palesava. 

Al contempo intuì che non poteva trattarsi della medesima ragazza incontrata al Nightwish pub. 

Lo percepì chiaramente grazie alla propria sensibilità: era perfettamente conscio del motivo di quella visita inattesa, poteva benissimo immaginarlo. Non la conosceva di persona, ma da quando abitava in quell’appartamento, a Midlas, non era la prima visita di quel tipo che riceveva.

Per questo, nel corso della sua vita si era trasferito di frequente, abitando nelle città e nei luoghi che di volta in volta la Luce gli indicava nel suo percorso di salvezza e purificazione del mondo. Ogni volta senza soffermarsi più del dovuto per non stringere legami, per non lasciare tracce.

Ma da quando non era più un guerriero al servizio del bene, da quando aveva rinnegato il proprio ruolo e nessun sogno, nessun messaggio era giunto ad indicargli la via aveva cambiato casa soltanto un paio di volte. Non era più necessario, non era più operativo al servizio della Luce. 

Inizialmente Helge aveva addirittura tentato di chiedere ospitalità a Syrvild, ma non era riuscito a rintracciare il proprio mentore in alcun modo. Nemmeno recandosi personalmente nei luoghi dell’addestramento, presso la città di Syrtti. 

Aveva vagabondato per un poco recandosi nei luoghi in cui era stato inviato dalla Luce ma poi il giovane aveva compreso che non aveva più senso spostarsi. 

Non possedeva più alcun potere e, di conseguenza, non aveva più la facoltà di aiutare nessuno. Ed evidentemente anche la Luce lo considerava un giocatore inutile nella sua eterna competizione contro le forze del Vuoto.

Ma gli altri, le persone comuni, non la pensavano allo stesso modo. E, purtroppo, a Midlas risiedeva qualcuno che in passato era stato aiutato da lui: Helge aveva incontrato Fhyl Uggens per caso, in un negozio di calzature e, come c’era da aspettarsi, quest’ultimo non aveva esitato a diffondere la notizia della presenza di un servitore della Luce, dell’ “Uomo dei miracoli”, come l’aveva soprannominato dopo che Helge aveva guarito sua moglie. Addirittura aveva insistito perché si fermasse in città, magari in uno degli appartamenti che l’uomo affittava.

E così era stato: il giovane si era lasciato convincere e grazie a quell’uomo redento ora aveva un tetto e una casa.

Lo svantaggio di tale comodità era rappresentato dal fatto che più di qualche disperato era giunto alla sua porta per chiedere aiuto, soccorso, guarigione. 

Ma ormai lui non poteva più far nulla. 

Per nessuno.

Nemmeno per se stesso.

Helge ne aveva parlato anche con Fhyl, smorzandone gli entusiasmi e spiegandogli che il potere della Luce era misterioso, che il dono della salvezza non era paragonabile ai desideri da esprimersi al classico genio della lampada. Ma l’ottimismo e la fede dell’uomo, che proprio Helge aveva contribuito a ripristinare, erano imprescindibili, a prova di ogni evidenza. Come aveva aiutato lui, dal suo punto di vista, Fhyl credeva che Helge avrebbe potuto soccorrere anche altri. Non tutti forse, ma qualcuno magari sì. Quelli più bisognosi, forse, o quelli più sinceri e meritevoli. Quando allora incontrava o parlava con qualcuno che sapeva in difficoltà, con discrezione, parlava loro di Helge suggerendo di far visita al giovane, di provare a rivolgersi a lui. Con fede.

E così era stato, più d’uno si era mosso per incontrarlo. 

Uomini, donne, giovani e anziani: da parte sua, il servitore della Luce, soffriva nel percepire il loro dolore e la drammatica condizione da cui cercavano sollievo.

Ancor di più perché era proprio a causa loro che lui aveva sacrificato tutto. 

Non aveva né una famiglia né una donna, non aveva amici e nemmeno un lavoro. Aveva vissuto costantemente inseguito dai demoni, disperatamente schiavo della missione di salvare il mondo dal malefico influsso dei servitori del Vuoto.

Ma la propria esperienza gli aveva fatto capire che era impossibile: la causa della Luce era solamente un’utopia. Il mondo non voleva essere salvato. Ogni giorno aveva la prova di quanto ogni sforzo fosse vano: guerre, uccisioni, rapine, indifferenza, razzismo … tutto giocava a favore delle tenebre.

L’umanità era marcia e aveva ormai toccato il fondo. 

E anche lui, ora, apparteneva alla massa, uno in più tra le fila dei dannati inconsapevoli in viaggio verso l’autodistruzione.

Amareggiato, Helge appoggiò la testa alla porta mentre la donna all’esterno suonava di nuovo, ostinata e disperata, afflitta dal dolore che provava per le sorti del suo bambino, condannato a una fine prematura.

Lui però sembrava non intenzionato ad aprire.

- Che fai? La ignori? 

Le beffarde parole del demone gli giunsero come uno schiaffo, con cinica sincronismo rispetto ai sommessi singhiozzi della donna al di là della porta.

In silenzio, Helge le aprì.

La porta ruotò sui cardini con lentezza disarmante e infine i due si osservarono. Fu un lungo istante, intenso, in cui l’aspettativa della donna era palpabile ed evidente tanto quanto la paura di deludere che invece il giovane provava.

- Lei è il signor Helge?

Chiese la figura minuta che il giovane si ritrovò di fronte.

Lui annuì in silenzio, mesto, a mala pena osservandola negli occhi gonfi.

- La prego, mi aiuti. Il mio bambino … Fhyl mi ha detto … 

Tera gli si avvicinò prendendogli la mano, trasmettendogli tutto il suo bisogno e la propria disperazione. Voleva che l’“Uomo dei Miracoli” la seguisse, che partissero subito verso l’ospedale, verso la casa di sofferenza da cui era giunta, verso il luogo in cui avrebbe dovuto compiersi il prodigio luminoso in cui lei tanto confidava.

Ma Helge ritrasse la mano con un movimento lento e rassegnato. 

I suoi occhi apparivano tristi, compassionevoli ma velati di liquido sconforto.

- Mi dispiace …

Parlò sommessamente, quasi in un sussurro.

- La prego. La prego, le darò quello che vuole. Tutto quello che vuole! La scongiuro, aiuti il mio bambino! 

Le lacrime cominciarono nuovamente a rigare le candide guance della donna. Di nuovo ogni sua speranza veniva infranta, frantumata sotto al peso dell’egoismo altrui. Ma lei non desistette: 

- Fhyl mi ha detto che lei può. Ho visto sua moglie, mi ha raccontato tutto, di lei, di come l’ha aiutato, di come potrebbe aiutare anche mio figlio. La prego…

- Mi dispiace.

Fu tutto quello che riuscì a dirle, poi Helge si voltò e tornò in casa chiudendosi la porta alle spalle con un gesto lento e drammatico. 

Una distanza incolmabile li separava oramai.

Lui non era più l’uomo dei miracoli, l’araldo del Bene, il consacrato al servizio della Luce.

Lei, stupita e delusa per un simile comportamento, prese a urlare disperata, aggredendo la porta dell’abitazione. 

Tera scalciava e piangeva supplicandolo di aiutarla. Imprecò lasciando che la propria sofferenza interiore esplodesse assieme alla rabbia per il destino tanto cinico e crudele che aveva deciso di accanirsi su di lei e sul frutto del suo grembo. 

Suonò il campanello con insistenza, ancora e ancora, ma senza ottenere alcun risultato. 

Sbraitò e urlò per qualche minuto poi, distrutta, se ne andò. 

Tutte le sue speranze polverizzate e disperse al vento.

Non ci sarebbe stato alcun miracolo, nessun prodigio salvifico.

Suo figlio Alust non avrebbe conosciuto né la pietà dell’ ”Uomo dei miracoli” né quella del cielo, quella degli dei assenti che le religioni annunciavano.

Per tutto il tempo della loro drammatica conversazione Tera non aveva smesso di piangere e singhiozzare: negli occhi lucidi e disperati erano troppo impresse le scene del proprio bimbo costretto in quel bianco letto d’ospedale, con il volto coperto da mascherine trasparenti a pompargli con forza l’aria nei polmoni. 

Quella donna soffriva molto, aveva il cuore in frantumi per il dolore che da tempo la provava ma Helge l’aveva lasciata andare via, voltandole le spalle senza muovere nemmeno un dito.

Indifferente e inumano.

La ragazza lo maledisse per questo, quindi se ne andò.

Fu una fortuna che negli appartamenti vicini, a quell’ora, non ci fosse nessun altro: chissà che cosa avrebbero potuto pensare a seguito di quelle urla e reazione dettate dalla disperazione dello sconforto.

Per tutto il tempo, fino a che non sentì i passi della donna scendere i gradini delle scale e farsi sempre più distanti, Helge se ne rimase in silenzio accucciato con le spalle alla porta. 

Teneva il volto nascosto tra le mani.

E piangeva sommessamente.

 

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