Capitolo 13 - A Veon

L'astuzia è solo un gioco
un tentativo meschino di ingannare la sorte,
di confondere chi
merita solo di strisciare.

 

Capitolo 13 : A Veon

15.02.A905

 

Tutto era cominciato quando la Luce aveva parlato ad Helge, scegliendolo per una missione nella città di Veon, nella regione di Aarek.

Il giovane se lo ricordava bene poiché fu quello l’inizio e la causa di tutti gli sconvolgimenti che ora stava vivendo nel presente.

Rammentava la visione concessagli dai Due Spiriti, inaspettata, caotica e intensa nel tratteggiare ciò che avrebbe dovuto affrontare.

Veon si presentava come una città tetra e fuligginosa, in cui le persone apparivano spente, prive di vita. Come fosse un’entità immateriale, priva di corpo, Helge si spostava di casa in casa, di strada in strada per osservarle più da vicino. I loro occhi erano così vuoti e tristi, niente sorrisi ad illuminare i loro volti. Li guardava bere denso veleno, deliberatamente, incuranti delle conseguenze che avrebbero scatenato nei loro corpi. Vagavano poi con aria feroce tra le vie di una città desolata, armati, drogati di sospetto e rancore. Quindi la violenza, brutale, folle, capace di generare odio e morte: tutto ciò che il Vuoto desiderava.

Quindi lo scenario era cambiava repetntinamente, portando Helge ad assistere alla corsa di due auto che sfrecciavano ad elevata velocità verso la periferia della città, verso i boschi sulle colline limitrofe.

In una di esse vi era un demone, il volto contratto in una smorfia di malvagia crudeltà, gli occhi rossi e minacciosi a fissarlo quasi fosse consapevole della presenza del consacrato all’interno di quella visione onirica.

Lo attendeva.

Poi le immagini erano sfumate fino a confondersi con il presente, lasciandolo solo con i propri pensieri, a rimuginare su quanto appreso.

Helge non si sentiva pronto: era la prima volta che gli veniva assegnato un compito simile, una missione da svolgere senza l’appoggio di altri servitori della Luce.

-      Non sarai solo, noi saremo con te.

Questa la promessa di Turalgun ed Elpion, i Due Spiriti, parole che il ragazzo aveva accolto con fede ma che, a posteriori, si erano rivelate false e infondate.

Un inganno.

Ma, sebbene il suo cuore fosse colmo di ansie e preoccupazioni, perplesso in merito a quello che sarebbe riuscito a fare per la città di Veon allora non aveva alcun motivo per dubitare. Fino a quel momento i suoi interventi in solitaria erano stati di tutt’altra natura, volti al recupero delle persone, alla loro guarigione; aveva esperienza di scontri contro demoni ma non era mai stato coinvolto in missioni riguardanti il destino di una città intera.

La Luce però aveva fiducia in lui, e di questo Helge era consapevole. E senza dubbio non l’avrebbe mai scelto se non l’avesse ritenuto in grado di portare a termine un simile compito.

Si trattava di una prova.

Forse altri suoi compagni sarebbero giunti in suo appoggio in un secondo tempo, o forse le probabilità che la visione si avverasse erano più basse di quello che egli credeva.

All’epoca aveva messo a tacere i propri timori convincendosi di queste verità.

Infine era partito; seguendo le indicazioni della Luce, dei sogni e delle visioni che i Due Spiriti gli avevano concesso, aveva raggiunto la città di Veon, nella parte sud-occidentale della ricca regione di Aarek.

Subito si era messo sulle tracce del demone Mirinon. Questi era un essere abbietto e meschino a cui da molto i guerrieri della Luce davano la caccia. Astuto, inafferrabile e crudele, partecipe della storia di Maerth da parecchi decenni, era solito elaborare piani complessi. Agiva sempre in modo da creare disordine senza mai esporsi in prima persona, giocando con la vita delle persone che avevano la sfortuna di incontrarlo. Per di più, era sempre molto accorto, attento nel prepararsi una o più possibilità di fuga: non rimaneva mai molto in un medesimo posto, anche per rendere più improbabile la propria cattura da parte di eventuali emissari della Luce inviati a contrastarlo. Nella sua malvagia follia, Mirinon si impegnava a seminava odio e discordia tra le genti fomentando la criminalità e inducendo le persone alla via del male. Agiva sempre su più individui, in modo che gli effetti della sua presenza avessero una più rapida e ampia diffusione, giacché il male è solito creare tanti piccoli focolai pronti ad esplodere all’improvviso piuttosto che infiammare un grande e immenso falò, facilmente individuabile.

Di conseguenza, i piani e l’operato del demone corrompevano e traviavano la vita di più persone e il compito dei guerrieri della Luce diveniva più arduo, impegnati su più fronti per purificare cuori ottenebrati dall’influsso del Vuoto.

In più di un’occasione era capitato che fossero riusciti a metterlo alle strette. Ma poi, per non abbandonare poveri innocenti alla morte a causa delle trappole e degli inganni orditi dal demone, si erano trovati costretti a lasciarlo libero di fuggire, verso altre mete.

Come i suoi predecessori, anche Helge, era rimasto vittima delle trame del demone: quando era intervenuto era oramai troppo tardi per la città di Veon.

Da sempre, i servitori della Luce erano inferiori in numero rispetto ai sottoposti del Vuoto, un esiguo manipolo di consacrati alla causa del Bene che non riuscivano ad arginare la dilagante espansione del male nell’opulenza della civiltà moderna. Facevano del loro meglio per contrastarne l’avanzata, per riparare al danno operato dai demoni, ma molto spesso questo non sembrava sufficiente.

A Veon, Mirinon aveva agito indisturbato per settimane aizzando le bande criminali locali le une contro le altre, masse di disadattati e perdigiorno che avevano trovato nel branco e nel crimine una ragione d’essere. Si era divertito a uccidere alcuni tipacci affiliati ad un clan malavitoso facendo poi credere che i responsabili degli omicidi fossero gli esponenti di un’organizzazione criminale rivale. Oltre a ciò, cavalcando la paura che dilagava tra le strade a causa delle sempre più violente scorribande dei delinquenti locali, aveva instillato in alcune persone la volontà di agire in prima linea per sgominare quella spirale di morte che esso stesso alimentava. A causa di ciò politici, imprenditori, cittadini qualunque, traviati dal demone, avevano deciso di mobilitarsi, armandosi e organizzandosi in ronde per porre rimedio al male con espliciti messaggi di piombo e intransigenza, giustizia privata laddove lo Stato e le istituzioni non arrivavano. Spettri di insensate e barbariche regole comportamentali improvvisamente erano stati riesumati, divenendo attuali e moderne idee risolutive.

Quando Helge era giunto in città, agli sgoccioli di un freddo inverno asciutto, ormai prossimo a cedere il posto a una ridente primavera, le ronde avevano già concordato i turni per pattugliare le vie del paese.

Il sospetto e la paura erano ormai pane quotidiano per gli abitanti di Veon. La fiducia nelle istituzioni invece era minima e ciascuno si arrogava il diritto di giudicare e condannare il prossimo. Era legittimo. E legale.

Il clima di tensione, la diffidenza, la paura che il demone aveva contribuito ad insediare nel cuore delle persone, e che i media avevano poi amplificato nella loro corsa allo scempio dei pensieri e delle emozioni massive, avevano fornito la scintilla per una nuova ondata di violenza. Tutti erano vittime e carnefici, giudici ed esecutori di personali giustizie sommarie.

Nella periferia, la parte più povera della città in cui si ammassavano disadattati e stranieri, i capri espiatori perfetti da additare come responsabili di tutto, Helge si era imbattuto in uno degli svariati scontri a fuoco che, nelle prime settimane del mese precedente, avevano portato Veon agli onori della cronaca nazionale.

Poi però il carnevale era finito e l’attenzione delle masse era stato dirottata su altre questioni maggiormente avvincenti: nuove guerre nel Sud del mondo o frivole mode passeggere per lo più, entrambe di pari valore nell’immensa tavola imbandita dai media in cui ogni pietanza viene scelta con cura maniacale, al fine di distrarre e veicolare i pensieri delle folle. Ammaestrandole.

La Luce invece non aveva distolto gli occhi da Veon e aveva inviato un suo araldo: Helge.

Probabilmente qualcun altro gli sarebbe stato inviato in supporto, ma non subito. Purtroppo non c’era nessun altro disponibile, ciascuno impegnato a contrastare il Vuoto in diverse parti del mondo.

Nemmeno Syrvild, che era stato suo mentore, era nella possibilità di aiutarlo in quella circostanza. Helge ricordava di averlo consultato, ma nessun aiuto diretto gli sarebbe giunto da lui, anch’esso impegnato in una missione nei territori montani dell’Hagentel.

Il giovane doveva e poteva contare unicamente sulle proprie forze.

E così aveva tentato di fare.

Ma la gente, ottusa e accecata dall’odio, si dimostrava sempre più diffidente e intrattabile, sorda ai messaggi della Luce.

Aveva quindi deciso di tentare il tutto per tutto spostandosi nella periferia della città, esponendosi in prima persona per le strade violente di quella zona ormai in balia del caos.

Aveva sperato di attirare su di sé l’attenzione del demone.

Invece, tra i vicoli sporchi e bui e tra le strade semivuote della periferia, ricordava di aver avuto i primi scontri con alcune delle persone soggiogate da Mirinon, giovani sbandati che si aggiravano nella notte seminando odio e violenza, sparando all’impazzata addirittura. Ed erano sia membri violenti di gruppi criminali sia teste calde armate per adempiere al patriottico ruolo di guardiani della città. Al giovane guerriero della Luce, quegli uomini sembravano ugualmente folli, incapaci di tornare in sé, sempre più smaniosi di dare sfogo alla paura, alla noia e alla violenza che cresceva in loro come un cancro.

Così, da potenziale regista degli eventi, Helge se ne era ritrovato vittima. Incapace di contrastare quei folli, impossibilitato nel bloccarli tutti, aveva visto molti di loro sfogare il vuoto che covavano nel cuore verso persone innocenti, gente non appartenente al mondo del crimine o alle forze dell’ordine. Persone che semplicemente cercavano di riportare la razionalità e la legge in quelle zone ormai contaminati dal tocco del Vuoto.

Nell’arco di poche ore, aveva preso vita attorno a lui una sorta di guerriglia urbana, uno scontro armato tra bande e privati cittadini che aveva finito per coinvolgere quartieri interi, senza distinzioni di sorta. Auto, negozi, case: qualunque cosa era un bersaglio più che soddisfacente. E assieme a loro le vite delle persone che in quella parte della città ci abitavano o per la quale avevano deciso di armarsi e mobilitarsi.

Fu così che Helge aveva assistito alla morte dei primi civili, cittadini innocenti, le prime vittime di quella visione che non gli era riuscito di scongiurare.  

Una coppia di giovani che avevano avuto la sfortuna di transitare per la strada sbagliata erano stati presi di bersaglio dalle armi di alcuni balordi.

Contemporaneamente, la visione di un simile e insensato comportamento lo avevano bloccato e spinto su di un binario che il servitore del Bene non avrebbe dovuto seguire.

Gli aveva fatto ribollire il sangue.

Sin dal primo momento in cui aveva messo piede in città alla ricerca di Mirinon, Helge si era recato da questa o quell’altra persona aiutandola a scacciare l’oscurità dal proprio cuore, a ritrovare la serenità e la volontà di agire per il bene.

Ma a che pro?

Si era ritrovato a chiederselo quando, a uno a uno, i proiettili facevano scempio dei corpi di quei poveri innocenti. Realizzò piuttosto l’inadeguatezza e l’ingenuità delle proprie azioni. Nonostante i suoi sforzi, nonostante avesse recuperato alcune delle persone traviate e corrotte da Mirinon, il piano di quest’ultimo stava riuscendo: una folle ondata di violenza si stava riversando per le strade della città di Veon.

Il demone desiderava il terrore e il caos; e l’aveva ottenuto.

Voleva la paura delle genti, contaminarle con l’odio; voleva che cominciassero a guardare all’umanità con gli occhi di chi non si aspetta nient’altro che malvagità dal prossimo, nient’altro che violenza e sopraffazione a cui reagire con la stessa moneta.

E il suo piano era riuscito grazie a un manipolo di folli armati di tutto punto che avevano portato morte e barbarie in quella città dell’Aarek. Helge ricordava come si fosse fatto irretire dallo sconforto  nel constatare il successo del demone, riflesso del proprio fallimento.

Da parte sua si era quindi visto costretto ad intervenire per cercare di contrastare quelle persone traviate e perdute, ma questi agivano indipendentemente l’uno dall’altro, creando scompiglio e confusione in punti diversi della città. Invano il guerriero aveva cercato di proteggere le genti mettendole al sicuro o ricorrendo al potere della Luce per generare campi di forza con cui proteggere gli abitanti di Veon.

Poi, a un tratto, tra i membri di un gruppo di criminali, l’aveva intravisto. Da parte sua, quando Mirinon aveva incrociato il suo sguardo, prima di fuggire approfittando della confusione che, senza dubbio, sarebbe stata fotografata, diffusa e discussa sui principali media locali e nazionali, aveva riso compiaciuto nel vedere il servitore del Bene in evidente difficoltà.

Tutt’attorno a lui erano la follia e i colpi d’arma da fuoco dei suoi seguaci, auto che cozzavano l’una contro l’altra, rumore di vetri infranti e sirene di allarmi che scattavano. Era riuscito ad architettare una piccola guerra dalla quale non sarebbe uscito alcun vincitore.

Vittime innocenti e persone armate non faceva differenza alcuna, cadevano a terra sanguinanti allo stesso modo, mentre la violenza delle sparatorie si spostava dalla periferia alle strade del centro. Come un morbo, la follia e il panico si diffusero accompagnate dalle urla delle persone in fuga o di chi, sfortunatamente, giaceva a terra ferito.

Di fronte a uno scenario simile, spronato dalla propria adrenalina, accecato dalla paura e dalla propria inesperienza e dimentico degli insegnamenti ricevuti, Helge aveva scelto di ricorrere alla forza per rispondere alla violenza e annientare quegli uomini corrotti. Non era stato in grado di scorgere altre soluzioni per arginare quel caos dilagante.

Forse, come dovette ammettere con se stesso ripensando a quegli eventi, un guerriero con maggior esperienza avrebbe agito diversamente, mantenendosi lucido anziché agire d’impulso, come invece aveva fatto lui.

Dapprima aveva cercato di tramortirli, di usare i propri incantesimi per ostacolarli e immobilizzarli: la magia fluiva possente dal suo cuore tuttavia gli sforzi di Helge non sempre si dimostravano sufficienti Vista l’impossibilità di gestire la situazione, mentre rischiava più e più volte di rimanere colpito, Helge si macchiò di una prima gravissima colpa che per sempre avrebbe segnato la sua vita.

Quasi senza accorgersene, totalmente sopraffatto dalla situazione, cedendo a sentimenti ed emozioni che un adepto della Luce avrebbe dovuto essere in grado di controllare, agendo d’istinto e con una furia che non avrebbe dovuto possedere, finì con l’uccidere un uomo.

Fu un attimo, un istante appena, la diretta conseguenza della sua impreparazione.  

Reagendo d’istinto, condizionato dalla rabbia e dalla paura che provava, aveva finito con il soffocarlo per mezzo della magia.

Voleva solo bloccarlo, cingerlo con un campo di forza; ma nel caos di quella situazione aveva finito con l’infondere troppo potere nell’incantesimo evocato, spirali di verde energia luminosa che avevano ghermito e ucciso quell’uomo.

Un atto improprio per un servitore della Luce, un’azione che avrebbe segnato profondamente la sua vita ma alle cui conseguenze, in quel momento, non aveva minimamente pensato, unicamente determinato a catturare il demone che ancora una volta rischiava di fuggire.

Non ebbe nemmeno il tempo per realizzare del tutto quanto era accaduto erigendo un muro di difensiva freddazza in risposta ad un simile evento.

Usando la magia per cercare l’apostolo del Vuoto, cedendo a sentimenti di rabbia e vendetta che sentiva crescere dentro, Helge riuscì ad individuare e ad avvicinarsi al demone.

Non riusciva a pensare ad altro se non a bloccare Mirinon, l’unico vero responsabile di tutto quel caos insensato e incontrollabile.

Ripensandoci ora, al tavolo del Cafè Rhapsody, Helge si sorprese del propria distacco in un simile frangente. La sua mente era unicamente tesa alla cattura dello spregevole nemico mentre, dentro di sé, aveva fatto leva sulla propria rabbia per spingere giù in fondo il senso di colpa che provava.

Così Helge l’aveva inseguito, implacabile, senza darsi tregua, senza prestare alcuna attenzione alle vere vittime del piano del demone, coloro per la cui salvezza era giunto in città.

Non si curò nemmeno di coloro che Mirinon incrociò nella sua fuga, sfrutatti come scudi umani o come ostacoli per intralciare il proprio inseguitore.

Nonostante le urla di dolore e la sofferenza della gente caduta vittima della follia del piani di Mirinon, malgrado il sangue e le vite che si spegnevano sull’asfalto grigio di quella cittadina, Helge appariva distante da tutto.

Sopraffatto dagli eventi, impreparato a gestire una simile situazione che riconosceva tragicamente al di là dei propri limiti e della propria esperienza, aveva dimenticato lo scopo primario della sua missione e le responsabilità che essere un seguace della Luce da sempre comportano.

Negando l’aiuto e il soccorso ai bisognosi, Helge aveva anteposto il proprio spirito di vendetta alla vita di quegli innocenti.

Era furente, accecato dalle proprie emozioni, e al contempo disperato, lo ricordava fin troppo bene anche adesso mentre picchiettava nervosamente con le dita sulla superficie liscia del tavolo, in attesa della propria ordinazione.

Nel suo cuore erano ancora vivide le sensazioni e le emozioni che aveva provato a Veon. Si era sentito impotente di fronte al precipitare degli eventi: qualunque cosa avesse fatto o scelto di non fare, qualcuno sarebbe morto. E se non l’avesse inseguito e fermato, Mirinon sarebbe stato libero di replicare quanto accaduto a Veon in qualsiasi altra città della regione di Aarek o di altre parti del mondo.

Così, di vicolo in vicolo, Helge l’aveva braccato senza sosta fino a che si erano inseriti in una via senza uscita, delimitata da palazzi e muri. Un antro buio rischiarato dalla pallida luminescenza della luna piena all’interno del quale il demone attendeva la sua occasione per la resa dei conti finale.

Non aveva preso con sé ostaggi, segno questo che era pronto a battersi in uno scontro uno contro uno, senza più ripiegare su biechi sotterfugi.

Subito Mirinon aveva perduto le sembianze umane e nella luce che pioveva dall’alto le sue squame di colore scuro luccicavano sinistre. Il volto mostruoso appariva orribile, scheletrico e con i muscoli completamente esposti: aveva occhi rossi e zanne acuminate. Il corpo era invece interamente ricoperto di resistenti scaglie verdastre e sulle braccia muscolose, talmente lunghe da toccare terra, spuntavano pericolosi aculei contorti.

Senza concedere ad Helge il tempo di preparsi allo scontro, non appena l’aveva individuato, si era poi scaraventato addosso al nemico per coglierlo alla sprovvista, sfruttando il buio offertogli delle tenebre notturne tra le quali riusciva a confondersi con discreto successo. Il demone contava di ferirlo prima che anche l’altro attingesse pienamente ai propri poteri.

Helge ricordava di essere riuscito a schivare l’assalto scartando di lato: se invece il colpo fosse andato a segno, privo com’era di protezioni, sarebbe sicuramente stato ferito gravemente.

Un istante dopo aveva richiamato il propria potere: una spada di luce azzurra si materializzò dalle mani congiunte e da questa si sprigionò un bagliore intenso, una moltitudine di tentacoli luminosi che lo ricoprirono interamente avvolgendolo in una corazza di energia magica.

Sembrava che una sostanza liquida e semi trasparente lo ricoprisse, con una forma simile a quella delle antiche armature che i cavalieri utilizzavano in epoche remote quando, secondo le leggende, gli eroi sfidavano draghi e altre temibili creature mitologiche. Grazie a una tale protezione Helge era in grado di resistere agli attacchi del mostro e di attingere con maggior controllo al proprio potenziale magico.

Ma fu nuovamente Mirinon ad incalzarlo non appena l’intenso bagliore emesso dal guerriero della Luce si affievolì, lasciando posto al buio. Gli aveva scagliato contro una palla di fuoco violaceo, che Helge aveva deviato grazie alla spada, approfittando dell’occasione per avvicinarglisi e aggredirlo di soppiatto. Con i propri sensi amplificati dalla Luce,  nuovamente il ragazzo era riuscito ad intercettare i colpi del mostro e contrattaccarlo con un affondo.

Poi si erano stretti in un corpo a corpo furioso e serrato: la sua spada saettava e bruciava di energia azzurra ma nessuno dei suoi colpi riusciva ad andare a segno in maniera efficace.

Per quanto non fosse un combattente di prim’ordine, Mirinon aveva senza dubbio maggior esperienza in fatto di battaglie e scontri corpo a corpo.

Per di più il suo fisico di tenebra mutava continuamente forma per meglio adattarsi o evitare gli attacchi del proprio avversario, divenendo ora elastico oppure solido come la roccia. Con un getto d’acido era infine riuscito a spiazzare Helge, aprendosi un varco nella sua difesa per afferrarlo e poi scaraventarlo distante da lui, prima di scagliarglisi contro con il proprio peso.

Al ricordo, Helge quasi rivisse nuovamente il dolore per il violento impatto contro la parete addosso a cui era finito: aveva sbattuto prima di schiena, poi con la nuca. A causa del contraccolpo si era lasciato sfuggire la spada senza però che l’incantesimo si sciogliesse, quasi fosse un’arma materiale e non il frutto di un incantesimo. Nel frattempo l’altro l’aveva raggiunto per incalzarlo con una serie di poderosi pugni al petto e ai fianchi.

In qualche modo, sorretto dal desiderio di vendetta e di riscatto, unitamente a un po’ di fortuna, il guerriero luminoso era riuscito a divincolarsi e a reagire, scattando in avanti e sorprendendo l’avversario con una violenta testata a cui aveva fatto seguire un calcio circolare alla mandibola.

Aveva intravisto il demone barcollare all’indietro per qualche frazione di secondo, dandogli giusto il tempo per scattare e recuperare la spada persa poco prima, gridando la propria furia, un urlo liberatorio con cui esorcizzare la sofferenza per i colpi subiti.

Nel riprendere l’arma, Helge aveva però commesso l’errore di offrire le spalle al nemico. Subito questi ne aveva approfittato colpendolo con violenza e lacerandogli addirittura lo strato di corazza magica che gli avvolgeva il corpo.

Helge ripensò a quell’istante, al dolore e alla paura: la sua corazza sembrava sul punto di cedere e anche il suo controllo sulle forze magiche andava smorzandosi.

Tuttavia non voleva essere sconfitto né tanto meno morire senza aver vendicato le uccisioni di cui era stato testimone.

Non poteva.

Per questo, sorretto dalla propria determinazione, aveva tentato di rialzarsi pronto a riprendere il combattimento.

Mirinon non gli dava tregua: lo aveva ferito ancora alla schiena con gli aculei delle sue braccia quindi, con un calcio, era riuscito a scaraventarlo di nuovo contro una delle pareti del vicolo. Come se il giovane fosse un fuscello privo di peso.

Aveva una forza  notevole, constatò Helge ricordando ancora la sofferenza per le ferite subite, e io l’avevo stupidamente sottovalutato. Che ingenuo!

Non appena era tornato in sé, dopo il colpo, aveva scoperto che il demone stava già evocando un nuovo incantesimo d’attacco: pericolose fiamme viola gli scaturivano dalle mani muovendosi a zig-zag sull’asfalto, muri di fuoco magico che si dirigevano veloci contro il bersaglio.

Malgrado i colpi subiti Helge era riuscito a reagire in tempo, scartando di lato ed evitando gran parte delle fiamme. Serrando i denti per il dolore, aveva poi sferrato un fendente a distanza, generando una bianca lama di vento indirizzato verso il nemico.

Per evitarla, Mirinon fu costretto a saltare in alto, deciso a sfruttare la situazione per attaccare anche da quella direzione.

Lo stacco fu particolarmente marcato e sembrò quasi che il demone fosse rimasto sospeso in aria per qualche istante.

Poi fu tutto una questione di attimi e intuizioni.

A terra il servitore della Luce era rimasto immobile, condensando energia nella propria arma luminosra. Scariche elettriche di un verde squillante frizzavano nell’aria attorno alle sue mani, salde sull’elsa della spada che ora teneva rivolta all’indietro, inclinata verso il basso.

In volo, l’araldo del Vuoto aveva tramutato le proprie braccia in armi affilate: totalmente ricoperte di aculei che aveva rapidamente sviluppato e fatto spuntare dalle proprie carni, i suoi arti sembravano una massa indistinta di lame di colore nero. Escrescenze affilate, bramose di saggiare la resistenza della corazza magica del nemico.

Helge ricordava come quegli istanti, frazioni infinitesimali in cui si decideva della sopravvivenza di entrambi, gli fossero sembrati lunghi ore, periodi sconfinati in cui valutare azioni e contromosse, richiamando a sé potere ed energia. Il tutto e il nulla sembravano condensati in una singola, microscopica, particella di tempo.

Vita.

In quel momento cruciale, Mirinon contava sulla propria superiorità: avrebbe sicuramente affondato e ucciso sul colpo.

Certo, aveva anche contemplato la possibilità di vedere Helge agonizzante a terra, per poi poterlo torturare fino alla morte, ma non pensava che avrebbe retto ancora per molto. Non avrebbe sicuramente superato indenne l’attacco che stava per sferrargli.

Il presente tuttavia confermava quanto Mirinon fosse stato approssimativo nei propri calcoli, Helge lo constatò con una certa soddisfazione sebbene, allora, la paura di non farcela era molta. Troppa. Una morsa gelida e soffocante di cui non era fortunatamente caduto prigioniero.

Nell’atto finale della battaglia, amplificando al massimo le emissioni luminose della propria armatura, aveva esploso una luce abbacinante, pura, talmente intensa da costringere l’avversario a deconcentrarsi dai propri propositi di morte e a ripararsi gli occhi d’istinto.

Un’imprudenza che pagò a caro prezzo mentre le distanze si riducevano.

Quindi, la spada di luce aveva tracciato un arco a partire dal basso e una scia di energia azzurra e verde ne aveva accompagnato il tragitto fendendo ogni ostacolo, cemento o muro che fosse. Era come se la lama dell’arma incantata fosse diventata lunga parecchi metri.

Il demone più di tutto venne investito dal colpo.

Cercò di resistere urlando e attingendo a tutta la propria fonte magica ma, generando fulmini e saette, il guerriero aveva intensificato l’emissione di potere dalla spada e di conseguenza la forza dell’impatto.

Alla fine, con un bagliore azzurro, aveva vinto le difese di Mirinon tagliandolo di netto. Questi cadde a terra tranciato in due parti, incredulo per quanto accaduto, incapace di accettare l’idea che quel ragazzo nascondesse una simile forza.

L’ultima cosa che vide, prima della sua estinzione, fu il suo nemico che troneggiava sulla metà alla quale era ancora appesa la testa.

Anche Helge ricordava di essersi sorpreso di quanto era stato in grado di fare, si era osservato le mani e poi era tornato a scrutare in direzione del nemico. Aveva attinto a un quantitativo di potere che non pensava di essere pronto a padroneggiare, così come la rapidità manifestata nell’utilizzo della magia si era rivelata sorprendente.

Tuttavia la battaglia non era ancora conclusa e, sebbene stremato e affaticato, si era trascinato fino a una delle metà del corpo di Mirinon. Qui, con un ultimo colpo, aveva richiamato il potere purificatore della Luce:

 

Ti purifico nel sacro fuoco della verità

muori nelle Tenebre del Vuoto

soffoca nell’oblio della salvezza

e rinasci a nuova vita in nome della Luce!

 

Quindi gli aveva conficcato l’arma nel cranio estinguendolo per sempre e ponendo fine alla risata folle con cui il mostro stava accettando l’epilogo della propria esistenza.

In realtà, poco prima di venir estinto, Mirinon aveva percepito la presenza di qualcun altro, una sensazione fugace e incerta. Intuito cosa stava accadendo aveva preso a ridere di una risata beffarda: fu così che il demone si estinse, con quei suoi occhi ingannevoli a osservare il guerriero che l’aveva sconfitto e il cielo oltre le sue spalle.

In tutta la sua esperienza demoniaca aveva ordito piani e ingannato, utilizzando gli esseri umani come pedine per le proprie malvagie strategie. Ma ciò che aveva scorto in punto di morte, gli aveva fatto comprendere una banale verità che fino ad allora era rimasta celata alla sua vista: chiunque può diventare una pedina, marionetta inconsapevole di un piano ordito da qualcuno della cui presenza non ha nemmeno chiara percezione.

Fu solo un fugace pensiero realizzato prima dell’estinzione, un’improvvisa consapevolezza che lo fece ridere amaramente per la sorte che gli era toccata.

Anche il demone era stato usato da qualcuno che, nascosto nell’ombra, era riuscito ad approfittare di tutta quella situazione, una constatazione che Mirinon portò con sé nell’oblio del nulla eterno.

Dopo l’estinzione del nemico, Helge ricordava come d’improvviso tutta la stanchezza e il dolore fisico fossero giunti a opprimerlo. Stremato e con il fiato corto a causa dello sforzo e per le ferite subite nel combattimento aveva sentito il bisogno di accucciarsi e di appoggiarsi alla spada magica che, piantata al suolo, veniva ora utilizzava come sostegno.

Doveva riprendere fiato.

Si sentiva esausto, sfinito.

Ma aveva vinto

Aveva sconfitto Mirinon: un sorriso per un poco aveva illuminato il suo volto giovane e stremato.

Quasi subito però alla soddisfazione della vittoria si sovrapposero le immagini di quanto avvenuto prima della lotta: con la medesima dirompenza dell’acqua che fuoriesce da una diga distrutta, maree di sentimenti di dispiacere e ondate di amarezza scacciarono l’orgoglio dal suo viso.

La desolazione si impadronì del suo cuore: aveva sconfitto il demone ma in realtà aveva fallito.

Sull’onda di queste emozioni aveva scagliato un pugno a terra, un gesto inutile ma necessario a scaricare la rabbia che provava.

Mirinon non avrebbe portato altra malvagità e altro dolore nel mondo, tuttavia Helge sentiva di aver agito sconsideratamente, in modo non consono né a una persona qualunque né tanto meno a un guerriero al servizio delle forze del Bene.

Aveva finito con l’uccidere.

Per inseguire il demone, non aveva soccorso chi era rimasto ferito.

Aveva ceduto all’ira e alla paura, alla disperazione di chi affronta una situazione a cui non può essere preparato.

Poi, sopraffatto dalla sforzo e dal senso di colpa, Helge si era lasciato cadere a terra, il respiro affannoso, il cuore pesante, le lacrime a rigargli il volto mentre osservava il buio sconfinato del cielo notturno sopra di lui.

Distante.

Era colpevole di aver deviato dalla via della Luce; si era macchiato di colpe che mettevano in discussione il suo ruolo di emissario delle forze del Bene. Colpe che avrebbe dovuto trovare il modo di espiare e per le quali ora, nel presente, stava ancora pagando.

Il sentiero della Luce non è affatto facile da seguire, è una strada in salita, molto articolata e contorta, irta di difficoltà e sacrifici. Ma è l’unica via verso il cielo, l’unica verso l’armonia del cuore: ora, nel presente, le sagge parole di Syrvild riaffioravano con naturalezza fino alla superficie dei suoi pensieri.

Seduto al Cafè Rhapsody il giovane stava sorridendo, immedesimandosi nei propri ricordi, andando con la mente al momento in cui, dopo lo scontro, si era ritrovato a terra, stremato dallo sforzo appena sostenuto.

Se ne era rimasto in silenzio per qualche manciata di secondi, solo con i propri pensieri, a osservare il cielo notturno. Poi, all’improvviso aveva avvertito come un fruscio, un leggero rumore a malapena avvertibile.

Si era voltato di scatto, stringendo i denti per il dolore che i lividi gli procuravano, ma non aveva intravisto nulla. I sensi erano ancora all’erta per via dello scontro da poco conclusosi ma fu la stanchezza a giocaregli un brutto scherzo: le energie cui aveva dato fondo l’avevano prosciugato, sentiva il proprio corpo pesante, dolorante, e per un attimo la vista gli si era annebbiata.

A fatica era riuscito a mettersi in piedi ma subito dopo era caduto a terra privo di sensi.

Una volta ripresosi non sapeva dire se fossero trascorsi minuti oppure ore. Giorni addirittura.

Non era ancora giorno, l’alba non così distante, ma tuttavia non era certo di assistere alla muta della stessa notte nella quale aveva sconfitto Mirinon.

Attorno a lui l’intera zona era stata devastata, come se un fuoco divino avesse bruciato quel luogo per secoli divorando muri, parete e ogni oggetto presente nel vicolo.

Il guerriero si era osservato intorno perplesso, confuso e incredulo: sebbene nel combattimento contro Mirinon entrambi avessero dato fondo alle proprie risorse magiche, non ricordava si fossero spinti a tal punto. Ancor di più gli trovava incredibile che nessuno si fosse avvicinato per controllare o avesse notato un simile disastro.

Aveva tentato allora di richimare il proprio potere magico, un gesto istintivo per sondare la presenza di sortilegi di occultamento all’opera in quel vicolo, ma senza riuscirvi.

Si sentiva esausto, con i muscoli intorpiditi e doloranti, completamente svuotato di slancio vitale, bisognoso di energia e nuova forza.

La schiena, più di tutto, gli doleva terribilmente: probabilmente una bruciatura o l’effetto postumo di uno dei poderosi colpi di Mirinon.

Dopo aver percorso circa un centinaio di metri il mondo divenne un vortice di immagini e colori confusi, amalgamati senza alcun criterio: era caduto al suolo privo di sensi ancora una volta.

Il sole del mattino che filtrava da una piccola finestra alla sua destra lo salutò quando si riebbe. Questa volta si trovava su di un lettino d’ospedale, in una struttura che però non gli sembrava un ambulatorio medico. Attorno a sé c’erano molti altri posti letto occupati dalle vittime e dagli sfollati dalla guerriglia urbana a cui Mirinon aveva dato il via solo un paio di ore – o  forse giorni? – prima.

Se l’era chiesto ma solo in seguito, dopo aver compreso dove si trovasse e chi fossero tutti gli altri, Helge aveva avuto la conferma di esser rimasto inerme e sofferente per più di un giorno.

Fortinamente quel centro di accoglienza improvvisato non era particolarmente sorvegliato, con tutta probabilità gestito da volontari e parenti delle vittime ancora sotto osservazione da parte del poco personale medico disponibile.

Così, appena ne aveva avuto l’occassione, Helge era fuggito da quel luogo. Era meglio così: se avessero iniziato a domandare chi fosse avcrebbe destato sospetti e interessi che non voleva suscitare.

Ma ancor di più era il contatto e la vista di tutte quelle persone ferite e disperate, frutto del proprio fallimento, ad addolorarlo e turbarlo.

Così aveva raggiunto l’appartaemtno che aveva affitatto per la sua permanenza a Veon e, nei giorni seguenti, se ne era rimasto a riposo per quasi tutto il tempo. Aveva bisogno di riprendersi, tanto più che non riusciva ancora a richiamare i propri poteri e nemmeno a stabilire il benché minimo contatto con le forze della Luce.

Era come se un interruttore dentro di lui fosse stato spento e il legame magico, che fino alla battaglia di Veon percepiva chiaramente, reciso di netto.

Una prospettiva che lo inquietava, lasciandolo sbigottito e attonito a interrogarsi e a rimuginare senza però ottenere risposte.

Sul momento aveva imputato tutto alla sua profonda stanchezza e all’enorme dispendio di energie dovuto al combattimento: si era convinto che sarebbe bastato qualche altro giorno di riposo per tornare alla normalità.

L’aveva sperato.

Ma fu quando giunse la prima crisi, la prima di una lunga serie, che scoprì di esser condannato.

Si era svegliato nel cuore della notte, ansante e madido di sudore, con un fastidioso ronzio che gli vibrava nella testa. Poi, all’improvviso le convulsioni e gli spasmi, il corpo attraversato da aculei magici che gli trafiggevano le carni e si nutrivano della sua vita, come se la bocca della magia fosse giunta a nutrirsi di lui così come lui aveva attinto avidamente al suo potere primigenio nel contrastare i piani del Vuoto.

Il processo fu doloroso e lento; il guerriero della Luce urlò contorcendosi disperatamente mentre le proprie forze fluivano verso l’esterno e gli aculei penetravano sempre più in profondità.

All’improvviso, così come era iniziata, quella tortura si  concluse lasciando Helge solo, nel proprio letto ad ansimare e piangere per il dolore e la paura sperimentata.

Ben presto scoprì che quella rappresentava soltanto l’antipasto di una sofferenza solitaria a cui era destinato. Dolore fisico in cambio di violenza inferta, espiazione corporale per le colpe e le omissioni perpetrate nella missione di Veon. La dura punizione che la Luce gli aveva riservato per il proprio comportamento sconsiderato nell’utilizzo della magia, per la propria inettitudine nella tutela delle vite umane che invece era stato inviato a proteggere.

Avrebbe pagato per le conseguenze del suo operato.

Questo tutto ciò che, allora, Helge aveva intuito, l’unica risposta che il suo cuore era riuscito a suggerirgli e che niente e nessuno era mai giunto a confutare, lasciandolo solo, nel silenzio del proprio deserto.

Lontano dal mondo.

Distante dall’infinito calore della Luce.

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