Capitolo 14 - Ritorno al presente
Anche se lottiamo per dimenticarlo
è il passato a determinare ciò che siamo;
ma è nel presente invece
che stabiliamo ciò che saremo.
Capitolo 14 : Ritorno al presente
29.06.A905
Maledizione!
elge batté con rabbia i pugni sul tavolino del Cafè Rhapsody tornando alla realtà del presente. La rievocazione dei giorni che avevano segnato la sua condanna l’aveva turbato, montando in lui una nervosa esigenza di rivalsa.
Per di più l’aveva distolto dalla sua iniziale riflessione sugli avvenimenti recenti che, d’altra parte, poteva esser ricondotto a quattro mesi prima, alle colpe di cui si era macchiato a Veon, alle vite delle persone che non era riuscito a salvare o contro cui aveva rivolto il proprio potere, addirittura uccidendole.
Per settimane aveva vissuto con l’ansia di esser stato identificato da qualcuno degli abitanti di Veon come un assassino ma, fortunatamente, questo non era avvenuto.
Non ancora, per lo meno.
In quell’occasione aveva agito avventatamente e prima o poi ne avrebbe di certo pagato le conseguenze. Non poteva fuggire la propria responsabilità o mettere a tacere la propria coscienza anche se, in un certo senso, già ora stava vivendo tutto ciò sulla propria pelle per via della condanna riservatagli dalla Luce.
Ma quanto aveva fatto al pub e al chiosco qualche sera prima non aveva nulla a che vedere con l’energia luminosa.
Riguardavano lui, lui solamente.
Qualcosa stava cambiando dentro di sé, lo sentiva.
E non gli piaceva affatto.
- Ecco il tuo caffè.
Michelle era arrivata con l’ordinazione di Helge. Per tutto il tempo la cameriera gli aveva lanciato fugaci occhiate dal bancone, osservandolo incuriosita. Si era meravigliata non poco nel notare il gesto di stizza con cui, solamente una manciata di secondi prima, aveva palesato la propria irritata indignazione. La ragazza temeva quelle reazioni improvvise, quegli scatti d’ira e i repentini cambi d’umore: le ricordavano qualcuno con cui aveva troncato. Ma dal suo sorriso non traspariva nulla di tutto ciò, abituata a mostrarsi solare e cordiale con gli avventori del bar.
Oltretutto, Helge pareva innocuo.
- Grazie.
- Di nulla.
Dopo un paio di secondi, spinta dal desiderio di stabilire un contatto, la cameriera azzardò a chiedergli:
- Tutto bene?
Aveva un tono sincero, premuroso.
Helge la scrutò nuovamente, studiandola. Come era accaduto al momento dell’ordinazione, negli occhi di lei scorse il desiderio di comunicare. Solo una sensazione, un sospetto dettato dall’intuito e dalla propria sensibilità.
- Si. Ho … ecco … mi è solamente venuto in mente che mi sono dimenticato di un impegno.
- Spero niente di troppo importante.
- Oh, no – Helge bevve un sorso del caffè per guadagnare tempo – no, niente di particolarmente urgente. E’ solo che, ecco, mi secca. Tutto qui. Mi ero ripromesso di non scordarmene e invece …
- Beh, capita dai. Non è mica morto nessuno, no? Cioè, in fondo, succede di dimenticarsi. Di essere sbadati. L’importante è trovare il modo di rimediare in qualche modo.
Con la mano destra, Michelle si accarezzava lentamente il braccio sinistro adagiato lungo il fianco. Aveva assunto un’aria mesta, ora, con il capo leggermente inclinato verso il basso e un’espressione turbata dipinta in volto. Negli occhi rivedeva ancora le immagini del suo ex ragazzo con la siringa in mano: Karl non aveva accettato la fine del loro rapporto e negli ultimi mesi, quando finalmente sembrava si fosse rassegnato, si era lasciato sprofondare nell’oblio, perdendosi nuovamente nel vizio della droga da cui pareva essersi liberato, una strega ammaliatrice che l’aveva irretito con le sue seduzioni sensoriali, rendendolo schiavo e prigioniero. L’ombra dell’uomo che era stato un tempo.
Perché mi è venuto in mente proprio ora?
Michelle se lo chiese ma non trovò una risposta precisa. Forse perché lo amava ancora, forse perché si sentiva responsabile. Avrebbe voluto saperlo con certezza, conoscere la verità e comprendere come agire.
Helge intanto la osservava, quasi temendo che all’improvviso gli rivolgesse la parola invocando aiuto. Aveva paura che accadesse ancora, di sentire un’altra richiesta di fronte a cui lui non avrebbe saputo reagire.
Vigliacco!
Se lo disse da solo mentre beveva il caffè, tutto in un fiato. Poggiò quindi la tazzina vuota sul tavolo, estrasse qualche moneta dalla tasca per pagare quanto dovuto e si rivolse a Michelle:
- Ecco qua. Ora devo proprio scappare
- Ah, mi spiace. Se vuoi però potremmo parlare un poco, voglio dire, la prossima volta, con più calma …
Ma che stai dicendo?
Michelle lo domandò a se stessa, quasi sorpresa dalle parole che le erano scappate di bocca.
Non lo conosci nemmeno e vuoi chiedergli di restare per confidarti con lui?
Helge sfoggiò un sorriso di circostanza per mascherare la propria inadeguatezza.
- Sono di corsa, scusami davvero.
- Capisco, non ti preoccupare. Buona giornata, allora – lo salutò con un sorriso di circostanza.
Helge la superò e guadagnò l’uscita a passi veloci.
In cuor suo sapeva di aver sbagliato, di averla delusa.
E di aver tradito se stesso: nessuno, fuggendo, aveva mai risolto niente.
Ma non poteva fare altrimenti: non era più un salvatore, un eletto. Non era più nessuno, solamente un uomo come gli altri.
Aveva già i propri problemi a cui badare.
Poche decine di metri più avanti si ritrovò a osservare la propria immagine riflessa sui finestrini delle auto in transito sul manto asfaltato della strada.
Esaminò il suo volto deformato per via del movimento delle vetture e per la foggia leggermente arcuata degli ampi parabrezza.
Quasi non mi riconosco più...
Nuovamente quella consapevolezza di non risconescersi nel proprio riflesso: dopo quel che era accaduto a Veon, aveva cessato di essere quel paladino della Luce che credeva di essere. Dentro di lui qualcosa si era incrinato portandolo alla deriva.
Aveva ucciso, aveva lasciato morire degli innocenti e ora, ora evitava pure di mettersi in gioco, di aiutare il prossimo. Negli occhi ancora il ricordo dei tentativi falliti, di quelle speranze infrante e deluse, di quegli sguardi carichi di dolore, mani tese a supplicarlo. Vite che abbisognavano di lui ma per le quali non poteva fare alcunché.
In fondo, non era nemmeno in grado di aggiustare la sua di esistenza. Si stava smarrendo e non riusciva ad accettarlo.
Stava divenendo qualcun altro, qualcuno che non era lui.
Un demone?
Forse Roghak aveva ragione, forse era solo questione di tempo.
Che la magia rispondesse al suo richiamo o che lo corrodesse non cambiava la realtà dei fatti: aveva agito sconsideratamente sia con la ragazza incontrata al Nightwish pub che con gli uomini del chiosco.
Non accettava un comportamento simile da se stesso, non lo tollerava ma sentiva di non poteva farci nulla. Inesorabilmente, impercettibilmente, stava scivolando verso un baratro da cui non avrebbe fatto ritorno.
Quel che è stato è stato, non si può cambiare, ripetè tra sé e sé.
Però dovrei tentare di impormi maggior controllo e disciplina, per non ricadere nei medesimi errori in futuro.
Di lì a poco Helge rincasò. Non aveva però intenzione di restare per molto; aveva bisogno invece di pensare, di rilassarsi lontano da tutto e da tutti, da solo con se stesso.
- Prendi l’auto?
Roghak parlò non appena vide il giovane afferrare il mazzo di chiavi poggiate accanto al telefono sul mobiletto all’ingresso.
Helge non aveva voglia di rivolgergli la parola e, per tutta risposta, lo ignorò puntando dritto alla porta, taciturno e deciso.
Il demone tuttavia lo intercettò sull’uscio impedendogli di andarsene senza prima avergli risposto.
- Dimmi almeno dove vai, no?
- Perché? Cosa te ne importa?
- Ehi? Lo sai che sei il mio investimento: non crederai mica che molli con te proprio adesso? Oramai hai intrapreso la strada del Vuoto …
- Cazzate!
Helge esplose: non tollerava quelle insinuazioni melliflue. Il demone si ritrovò schiacciato contro il muro dall’avambraccio del suo iracondo coinquilino che gli premeva contro il collo. Comprese che non era opportuno insistere più del dovuto per cui smorzò un po’i toni e la tensione del momento.
- Calma, calma. Siamo nervosetti oggi, eh? Faresti bene a rilassarti un poco. Quel che è stato è stato e non ha senso continuare a rimuginarci su, a soffrire per quello che non si può cambiare.
- Lasciamo stare, Roghak. Non ho voglia di parlare. Voglio solo starmene in pace per un poco, ok?
- Al fiume? Come al solito? Vabbè, vorrà dire che ti aspetterò qui visto che oggi non mi puoi proprio tollerare. Sarai a casa per cena almeno?
- Forse.
Helge ritrasse il braccio e si spostò verso l’uscio.
- Ah, se pensi di tornare per un’ora decente fammelo sapere, o è chiedere troppo? Così magari apparecchio per due.
Concluse Roghak mentre l’altro varcava la soglia di casa.
- E se poi, quando torni, ti fermi a prendere un po’ di pane mi faresti un favore …
- Si mamma – ironizzò Helge salutandolo con il dito medio della mano e chiudendosi la porta alle spalle.
Poco dopo, dalla finestra, Roghak lo osservava allontanarsi in auto, molto probabilmente diretto al parco sul fiume Kyruk come gli aveva fatto intendere, una zona in cui Helge amava rifugiarsi ogniqualvolta necessitava starsene da solo a riflettere per un po’.
Non ne aveva la certezza ma la probabilità che fosse diretto lì era molto elevata.
Quindi prese il cellulare e compose un numero.
Al terzo squillo il demone ottenne finalmente risposta.






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